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Colline del Conegliano Valdobbiadene

Conegliano - Valdobbiadene, le colline del Prosecco

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DOVE CI TROVIAMO

Il Veneto nel bicchiere

Quella del Conegliano Valdobbiadene è una delle zone enologiche più importanti del Veneto e dell’Italia intera.

Un luogo iconico per gli amanti del vino che potranno godere degli idilliaci paesaggi naturali della provincia di Treviso, a metà strada tra le Dolomiti Bellunesi e la costa adriatica. Una terra che è sintesi ideale di sviluppo antropico, clima favorevole e panorami adatti al viaggiatore.

Le Terre del Prosecco (questa la definizione ufficiale del Conegliano-Valdobbiadene) sono poi ulteriormente suddivise in sei aree, a seconda dei vini che vi si producono: Cartizze, Rive, Conegliano Superiore, Asolo Prosecco DOCG, Prosecco Treviso e Prosecco DOC.

Vi fanno infine parte i Colli di Conegliano e, come zone enologiche “esterne”, Fregona e Refrontolo (dove si visita il suggestivo Molinetto della Croda).

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PRODOTTI E PRODUZIONE

Perché è così famoso?

Quando cerchiamo un buon vino spesso i nomi che ci vengono in mente sono sempre gli stessi: Barolo, Chianti, Prosecco.

È una rappresentazione forse semplicistica del complesso patrimonio enologico italiano, ma non è poi lontano dalla realtà, soprattutto quando guardiamo ai vini veneti.

Il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene gode di una certa fama per diversi motivi, a cominciare dall’uso prevalente delle straordinarie uve Glera, che si inserisce di una cultura produttiva che è unica nel suo genere.

Quello che si produce alle porte di Treviso è un vino di profonda eleganza, caratterizzato dal colore giallognolo, dal perlage persistente, dove si (ri)scopre l’origine territoriale in tutta la sua ricchezza.

IL VINO

Quale scegliere?

Il Conegliano Valdobbiadene DOCG si produce in tre versioni principali: Brut, Extra Dry e Dry.

La variante Brut è quella maggiormente venduta all’estero, poiché incontra un gusto diverso dei bevitori non italiani, più adatti a vini energici e anche più facilmente abbinabile in tavola.

Extra Dry e Dry sono più legate al territorio di provenienza, espressioni certamente impegnative ma che garantiscono abbinamenti raffinati, rispettosi dell’attenzione riservata dai vignaioli a ciascuna bottiglia.

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CURIOSITÀ

La Strada del Conegliano Valdobbiadene

Nel 1966 anche l’Italia si adatta a una idea di turismo che sta prendendo sempre più piede in Europa, e particolarmente in Germania.

Nascono così le Strade del Vino, corrispettivo italianizzato delle Weinstrasse teutoniche: percorsi che uniscono comuni o interi territori caratterizzati da una comune tradizione nella produzione enologica.

La prima ad essere creata è proprio la Strada del Conegliano Valdobbiadene, che ancora oggi è suddivisa in due itinerari: uno più breve (circa 80 chilometri) che viene detto Anello principale e la Strada panoramica del Conegliano – Valdobbiadene, di poco superiore ai 90 chilometri.

Partenza da Conegliano e tappe imperdibili, tra gli altri, a Collalbrigo, San Pietro di Feletto, Solighetto, Col San Martino, Colbertaldo, Valdobbiadene, Guia e Ogliano.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Vino tanto raffinato quanto facile, il Prosecco gode di una particolare semplicità – ma non certo una banalità! – in termini di abbinamento cibo-vino.

Basta girare per il Veneto per accorgersene, soprattutto se si gode dell’accoglienza tipica dei bacari veneziani: il Prosecco è il vino per ogni occasione.

Quello del Conegliano-Valdobbiadene compare così sulle tavole sotto forma di aperitivo, servito rigorosamente freschissimo (massimo 8 gradi) con il bicchiere che forma l’inconfondibile condensa esterna, ma anche come antipasto o fil blanche di ogni pasto che si rispetti.

La sua versatilità lo rende infatti adatto a una semplice frittura di pesce (meglio ancora se in tempura) e a una selezione di formaggi del territorio, a uno spaghetto ai frutti di mare o a un coniglio spadellato, così come alle sarde in saor o al baccalà alla vicentina. 

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Monti Peloritani

Monti Peloritani, alla scoperta dell'altra Sicilia

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DOVE CI TROVIAMO

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Monti Peloritani occupano la parte nord-orientale della Sicilia, dividendo lo stretto di Messina dai Nebrodi e dall’Etna. Sebbene la loro estensione sia ridotta rispetto, ad esempio, agli stessi Nebrodi o alle Madonie è difficile ignorarli nella geografia siciliana.

Da Capo Peloro ai Nebrodi, si estendono per 65 chilometri con una altezza massima di 1.374 metri (Montagna Grande), toccando la vallata dell’Alcantara fino ai Giardini Naxos.

Un territorio eterogeneo con pochi altopiani, molti picchi e canyon, gole profonde e vette dalla prominenza ragguardevole. Il tutto in un profilo di biodiversità dove la nascita delle uve appare ai profani quasi accidentale.

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CENNI STORICI

Due DOC per una montagna

La Sicilia è un territorio straordinariamente affine al mondo enologico, salvo che per una zona piuttosto impervia in termini di altitudine che va dall’Etna fino a Enna.

Nel messinese ed area Etnea, che sono unite in una una macrozona enologica comprendente Messina, Taormina, Catania ed Etna è storicamente accertata la produzione di due vini tipici del territorio, il Mamertino e il Faro, oggi entrambi qualificati dalla Denominazione di origine controllata.

Il Mamertino è originario di Milazzo e oggi diffuso in trentuno comuni che la circondano, mentre il Faro è un vino tipicamente messinese. Quest’ultimo viene prodotto con un mix sapiente di tre o quattro uve: Nerello mascalese, Nerello cappuccio, Nocera (con percentuali massime del 60, 30 e 10%) e con – ma solo in alcuni casi – l’aggiunta di poco Nero d’Avola o Sangiovese.

IL VINO

Una storia antica

Nella Geografia di Strabone si fa riferimento già al Faro, vino che venne introdotto dai greci durante la colonizzazione dell’attuale Mezzogiorno d’Italia.

Non è il vino di Messina, bensì di Marte – la divinità primordiale del culto pagano romano. Una sfida apparente in qualità, tanto che il Mamertino (e poi il Faro) rivaleggia in qualità con tutti i vini della Penisola. 

Il riconoscimento ufficiale della sua qualità è però recentissimo: solo nel 1976 al Faro è concessa la DOC, che la storia dimostrerà aver ampiamente meritato.

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CURIOSITÀ

Terrazze con vista

Chiano Conti è uno dei Faro DOC di maggior qualità nell’intera provincia messinese, un vino che viene prodotto in sole seimila bottiglie ogni anno. Quando la produzione è così ridotta, numericamente parlando, l’attenzione al prodotto finale è massima, anche se le condizioni di coltivazione delle uve sono a volte proibitive.

I vigneti si trovano infatti su terrazzamenti collinari ad andamento curvilineo, a una altitudine media di 400 metri sul livello del mare, dove l’influenza della brezza marittima inizia a confrontarsi con l’aria più fresca delle montagne. Un ambiente tanto aspro quanto in realtà funzionale, dove si realizza un vino eccezionale. Il Maestrale soffia delicato tra le spalliere a cordone speronato, la natura aiuta la crescita degli acini che vedono raramente prodotti di sintesi chimica, mentre grappoli e tralci meno funzionali vengono semplicemente rimossi. 

Una sorta di sacrificio funzionale, che permetterà alle uve rimaste di non essere attaccate dai parassiti ma, soprattutto, di avere una qualità con pochi eguali.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

La cucina messinese rappresenta una delle espressioni contemporanee meglio conservate delle tradizioni importate dalla Penisola ellenica sull’isola. È un unicum per la Sicilia, dove è invece ancora oggi molto forte l’influenza araba, soprattutto in termini di dolcezza delle preparazioni.

Meno strutto e più burro, un uso ridottissimo dello zucchero, la prevalenza della mandorla e dei canditi nella preparazione dei dolci, senza tuttavia rinunciare a dei capisaldi della cucina siciliana come gli arancini, che vengono preparati nella forma conica tipica del catanese, conditi con carne, piselli, formaggio, prosciutto e zafferano.

Alle prelibatezze di questa cucina territorialmente ben radicata il Faro DOC si avvicina con cautela, non volendo rappresentare infatti un abbinamento scontato o troppo prevalente su sapori delicati. 

Del resto è un rosso intenso e corposo, già nel colore ancor prima che nel sapore, il cui corpo predominante lo rende adatto a un accoppiamento enogastronomico soprattutto con le carni più “selvatiche” (cacciagione e selvaggina), agli arrosti e ai formaggi più stagionati, non solo di latte vaccino ma anche ovino e caprino.

Per rimanere fedeli alla tradizione, lo si può abbinare ai piatti tipici dei Monti Peloritani come le braciole alla messinese, all’agnellone alla brace o al castrato.

 

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Canavese

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Canavese
Le uve del Piemonte

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DOVE CI TROVIAMO

Montagne e fiumi

Quello del Canavese è un territorio storicamente votato alla produzione agroalimentare, con una particolare predilezione per le uve. In termini meramente geografici è un’area estesa, che occupa parte dei territori delle province piemontesi di Biella, Torino e Vercelli.

Grande quasi il doppio di Roma, questo territorio che ha per capoluogo storico Ivrea (la città di Olivetti) è favorita dalla presenza di numerosi corsi d’acqua e laghi, che contribuiscono all’ottima resa di queste terre così rigogliose.

Alto Canavese, Eporediese e Basso Canavese sono le sue tre macrozone, che si distinguono per vicende storiche e territori: più montagnosi nell’Alto – che confina con la Valle d’Aosta – e più pianeggiante il Basso, tra San Giusto e Chivasso.

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CENNI STORICI

Più vini per un solo territorio

Il Canavese presenta numerose zone coltivate a uva, ma sono soltanto tre i vini che derivano storicamente da questa zona, tutti caratterizzati da una elevatissima qualità e da un profilo organolettico originale.

Stiamo parlando del Canavese DOC (rosso, bianco, bianco spumante, rosato, rosato spumante, Barbera e Nebbiolo), dell’Erbaluce di Caluso DOCG (rigorosamente bianco) e del Carema DOC, un rosso che come suggerisce il nome è prodotto unicamente nel comune omonimo del torinese.

Mentre il Canavese è un vino “autoctono” in senso più ampio, meritano sicuramente attenzione il Carema con le sue pergole e l’Erbaluce, che risale al Seicento, durante il ducato savoiardo di Carlo Emanuele I.  Curiosità: durante gli anni d’oro dell’industria italiana, il Carema era il “vino degli Olivetti”, che ne facevano regolarmente omaggio a clienti e fornitori, incrementandone così la conoscenza in Italia e all’estero.

LE UVE

Il vitigno Erbaluce

Il frutto della luce. Possiamo definire così il vitigno Erbaluce, il cui nome deriva dai riflessi lucenti che i singoli acini assumono in autunno, quando il sole ha compiuto la sua “magia”. 

Da queste uve si produce un vino giallo paglierino, dai riflessi vagamente dorati, dal sapore fresco che si adatta a numerosi piatti della tradizione biellese (e non solo).

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CURIOSITÀ

Il borgo degli imprenditori

Caluso può essere definito un “borghetto di periferia” nella grande area che circonda Torino. Con i suoi settemila abitanti, ha un aspetto particolarmente piacevole e un’atmosfera rilassante.

Sulle sue collinette si coltivano ancora oggi le uve Erbaluce, dalle quali si ottiene un meraviglioso Passito. Sono proprio queste terre, così ben esposte, a dare la massima espressione qualitativa all’Erbaluce, vino che sta vivendo oggi una seconda giovinezza.

Caluso, in passato, ha avuto però ben altri traini economici rispetto al vino: per molti anni ha ospitato sedi italiane di importanti realtà produttive mondiali, dalla stessa Olivetti di Ivrea fino alla General Electric, una delle prime realtà mondiali dell’energia elettrica.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

La tradizione enogastronomica del Piemonte è legata a doppio filo alle abitudini e alle produzioni sabaude e alle influenze francofone che le sono arrivate nel corso dei secoli dalle terre transalpine.

L’abbinamento dell’Erbaluce, sia come Passito che come Spumante, risulta in ogni caso piuttosto facile poiché il vino bianco prodotto da queste uve ben realizza la sua massima aspirazione con specifici piatti. Lasciando da parte per un istante i primi e i secondi piatti, dei quali il Piemonte fa bello sfoggio di sé nei manuali e negli eventi enogastronomici, possiamo dire con una certa sicurezza che questo vino si apprezza particolarmente sotto forma di accompagnamento ad aperitivi e antipasti. 

Che siano dei cubetti di formaggio di zona, dei taglieri di salumi o delle delicate bruschette al tartufo, difficilmente l’Erbaluce farà una cattiva figura. Se però il desco è più ricco, si può decidere di prolungarne la presenza in tavola – anche grazie alla bassa alcolicità e alla buona acidità – per servirlo con dei piatti a base di pesce. Qualche consiglio? Linguine alle vongole veraci, grigliata di gamberi, frittura di pesce azzurro.

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Maremma Toscana

Maremma Toscana
I vini del Tirreno

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DOVE CI TROVIAMO

Tra vulcani e isole

La Maremma è una antica regione geografica del Centro Italia che corrisponde, in massima parte, alle terre di espansione della civiltà etrusca. Tocca le due regioni di Toscana e Lazio, estendendosi nelle attuali province di Pisa, Livorno, Grosseto, Viterbo e Roma.

La Maremma Toscana è delimitata a ovest dal Mar Tirreno, mentre i confini terrestri toccano zone di particolare rilievo naturalistico e turistico come Bolgheri, Castagneto Carducci, l’Argentario e la Valle dell’Ombrellone.

Un territorio florido e ricchissimo, che guarda alle isole dell’Arcipelago Toscano e all’antico vulcano del Monte Amiata. Qui la coltivazione delle uve è spesso un affare di famiglia, ma non disdegna produzioni quantitativamente rilevanti.

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CENNI STORICI

Più vini per un solo territorio

La vastità territoriale della Maremma e la compresenza di climi e ambienti diversi permette alle province di Grosseto, Livorno e Pisa di potersi fregiare di numerose produzioni enologiche, molte delle quali sono classificate come DOCG, DOC e IGT.

È il caso ad esempio del Morellino di Scansano, qualificato con la Denominazione di origine controllata e garantita, ma di sicuro interesse sono anche i vini di Capalbio e di Montecucco (a cui è dedicata l’omonima Strada dei vini e dei sapori), il Parrina e il Sovana.

Apparentemente meno rilevanti, ma invece di grande pregio sono il Maremma Toscana IGT e il Toscana IGT, due vini che rappresentano la summa della produzione “popolare” toscana in campo enologico.

LE UVE

Toscana in bottiglia

La produzione del vino Toscana IGT presenta, tra le varie uve selezionate, due vitigni piuttosto particolari: l’Ansonica e il Procanico.

L’Ansonica è un’uva bianca diffusa prevalentemente al Sud Italia (Calabria, Sicilia, Sardegna e Basilicata) e residualmente in Toscana, particolarmente indicata per climi secchi perché resiste alla scarsità d’acqua.

Il Procanico è una varietà specifica del Trebbiano toscano, anch’esso di uva bianca e particolarmente diffuso sia in Italia che in Francia.

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CURIOSITÀ

La carbon footprint del vino

Quando Wineowine seleziona per te le migliori “piccole cantine” d’Italia, lo fa utilizzando numerosi criteri che garantiscano al cliente una scelta ricca, consapevole e originale.

La cantina La Maliosa è una delle prime del nostro ecommerce a fornire, per tutti i suoi vini, la cosiddetta carbon footprint del vino, ovvero uno studio puntuale dell’impatto produttivo del vino sull’ambiente e sull’ecosistema.

Nonostante si tratti di un prodotto pienamente naturale, anche il vino “partecipa” all’inquinamento, in particolare nelle fasi produttive, di imbottigliamento e di vendita. L’impegno de La Maliosa è quello di ridurre sensibilmente la sua impronta sull’ambiente, e infatti molte delle sue produzioni hanno un impatto ambientale ridotto del 40% rispetto alla media europea. È un impegno importantissimo, che si può raggiungere implementando l’uso di energie rinnovabili, veicoli elettrici, materiali di imballaggio riciclati e non solo.

Se volete saperne di più, potete consultare questo indirizzo.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Abbinare i vini della Toscana ai cibi è forse una delle esperienze più appaganti per ogni gourmand, poiché la cucina toscana è unanimemente considerata tra le più ricche d’Italia.

Se si sceglie un vino rosso, l’abbinamento preferibile è quello con le carni rosse, la cacciagione e i formaggi di pecora. Da scegliere, tra le varie specialità toscane, dei pici al ragù di cinghiale o un peposo all’imprunetina, ricette dal forte carattere che meritano un vino di struttura. Tra i primi piatti che si abbinano ai rossi anche le zuppe di funghi, delle carni arrosto (lasciatevi conquistare da una favolosa Fiorentina!) oppure da salumi stagionati. 

I vini bianchi conquistano il loro spazio vitale con degli abbinamenti più delicati: li si possono servire con piatti di mare, come degli antipasti con crudité, delle fritture di pesce azzurro o degli spaghetti alle vongole veraci. Se si vuole gustare un dessert in abbinamento a questi vini si può andare a colpo sicuro con la pasticceria secca toscana, cone i cantucci o il panforte, magari abbinati da una crema Chantilly o uno zabaione.

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Pecorino, il vino del Centro Italia

Pecorino, il vino del Centro Italia

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DOVE CI TROVIAMO

Nel cuore del Bel Paese

I Monti Sibillini sono una delle catene montuose più facilmente riconoscibili del Centro Italia. Si estendono tra Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche e spesso segnano proprio il confine tra queste regioni.

Sono i monti di Norcia, Amatrice e Visso, città devastate dal terremoto del 2016, ma anche di luoghi dove la natura si fa benevola come la bellissima Piana di Castelluccio. Proprio qui nasce il Pecorino: il vino, non il formaggio (o meglio, vi nascono entrambi). Per parlare di territorio, però, non possiamo non accennare anche ai Colli Ascolani, alla bella Offida e ai Colli Maceratesi, dove quest’uva dà il meglio di sé.

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CENNI STORICI

Un vino... moderno

Rispetto al Barolo o al Sangiovese, vini la cui storia è iscritta nei libri da tempi remotissimi, il passato del Pecorino è più recente.

Il Catalogo Nazionale delle Varietà la riconosce ufficialmente solo nel 1970, gli enologici ne cominciano a parlare un paio di decenni fa, mentre gli statuti comunali di Norcia ne fanno un pur velato riferimento nel 1526.

Già nel XVI secolo è definita una delle caratteristiche della coltivazione delle uve Pecorino: la presenza di un canneto a sostegno dei filari. Nel corso dell’Ottocento è accertata la presenza prevalente di Pecorino nelle province marchigiane di Pesaro, Ancona e Macerata e in quella abruzzese di Teramo.

La riscoperta del Pecorino avviene negli anni Settanta: è infatti una delle poche uve sulla quale la filossera non ha avuto effetti devastanti.

REFERENZE

Tra Marche e Abruzzo

Dall’uva Pecorino si ricavano diversi vini, che vanno però distinti a seconda della percentuale di uve impiegate.

Il Pecorino propriamente detto è prodotto in purezza, impiegando cioè il 100% di uve Pecorino. Con percentuali minime dell’85% si realizza l’Offida Pecorino DOCG e con quantità minori si produce l’Abruzzo DOC, il Colli Maceratesi, il Controguerra e il Falerio.

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CURIOSITÀ

Una storia speciale

Come abbiamo già accennato, la produzione del vino da uve Pecorino ha una storia piuttosto recente. Basti pensare infatti che le prime vigne di solo Pecorino risalgono agli anni Ottanta del XX secolo. 

Addirittura, la scelta di imbottigliare il frutto unico delle uve Pecorino è recentissimo, intorno ai primi anni Duemila. A contribuire a questa “gioventù” sono molteplici fattori, ivi compresa la difficoltà di raggiungere i territori spesso lontani dalle più importanti arterie di collegamento nazionali.

La situazione delineatasi dopo i sismi del 2016-2017 ha ancor di più sfavorito un vino che, per contro, ha una altissima qualità e una etimologia curiosa: si chiamerebbe Pecorino, infatti, perché l’uva con il quale è prodotto è particolarmente apprezzata dalle pecore, che la trovano dolce e irresistibile!

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Il Pecorino è un vino fruttato e floreale, dal basso profilo speziato e minerale, che si presenta allo sguardo con un colore giallo paglierino dai riflessi dorati.

Servito rigorosamente fresco (ma non freddo, 10-12 °C al massimo) si presenta con una buona acidità e un corpo non eccessivamente preponderante.

Berlo a tavola significa sicuramente trovare un valido compagno di avventure, ma a volte è lontano – quasi come un contraltare – dai prodotti e dalle ricette delle terre di origine.

Quando lo si accompagna al menù restituisce gli abbinamenti migliori con gli antipasti, le zuppe di verdure e le vellutate cremose (soprattutto zucca, patate e zucchine), con i primi piatti di pesce e con le carni bianche, soprattutto il pollo e i secondi piatti a base di carne di coniglio.

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Colli Euganei, cultura enologica del Veneto

Colli Euganei e i vini vulcanici veneti

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Le colline di Petrarca

Percorrendo in treno la direttrice tra Bologna e Venezia, appena dopo aver oltrepassato Monselice iniziano ad apparire delle colline verdissime, dal profilo morbido e sinuoso.

Sono i Colli Euganei, che prendono il loro nome dall’omonimo popolo scansato poi dall’arrivo dei Veneti e, infine, dei Romani. Furono loro a dare all’entroterra padovano il nome e parte dell’aspetto che conservano tuttora.

Un territorio storicamente votato al vino, frutto di quella origine geologica vulcanica, ma anche una terra da proteggere dalla sempre più selvaggia industrializzazione e antropizzazione del territorio. È per questo che, sin dagli anni Settanta, i legislatori hanno moltiplicato gli sforzi al fine di tutelare questa zona di così ampia rilevanza.

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CENNI STORICI

Il vino in terracotta

Reperti archeologici ritrovati tra Arquà Petrarca e gli altri comuni euganei dimostrano che la lavorazione delle uve sul territorio è consolidata già nel VII secolo avanti Cristo.

Altre evidenze storiche di maggior rilievo risalgono all’epoca romana e al tardo Ottocento. Nel 1879 si specifica, in particolare, l’esistenza di uve autoctone e importante nel territorio dei Colli Euganei, come ad esempio il Moscato.

La valorizzazione di questi vini passa nel 1969 per il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata e successivamente nella concessione della DOCG alla varietà “Fior d’Arancio” del Moscato giallo.

Oggi i Colli Euganei si avvalgono di una storicità ben evidente per valorizzare quei vini e quelle tradizioni ben inserite nella narrazione comune.

REFERENZE

I vini euganei

Sauvignon, Chardonnay, ma anche Cabernet, e Merlot. Sono solo alcune delle referenze che ritroviamo sul territorio euganeo che, pur in spazi ridotti, garantisce una certa eterogeneità produttiva.

Di particolare interesse enologico la DOCG Fior d’Arancio (normale o come passito e spumante), la cui produzione avviene tramite l’impiego pressoché totale di Moscato Giallo. Il riconoscimento è del 2011, in sostituzione della DOC del 1969.

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CURIOSITÀ

L'uso della controspalliera

Nonostante si tratti di una metodologia codificata solamente di recente, la controspalliera è oggi l’unico sistema di allevamento delle viti nei Colli Euganei.

Il rigido disciplinare, posto in essere al fine di tutelare un patrimonio storico-naturalistico di particolare importanza, permette che le uve crescano unicamente grazie ai supporti a “cordoni” (permanenti o speronate).

La particolarità di questo meccanismo, che si basa su tralci fruttiferi quasi totalmente privi di vegetazione, è l’ottenimento di una maggiore quantità di uve alla vendemmia. In media, una vigna che produce Colli Euganei rende 100-120 quintali per ettaro.

 

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

I Colli Euganei si trovano nel Veneto meridionale, dove la cucina alterna sapori tipicamente regionali con alcune eccellenze tipiche solo di questa zona.

Che siano carni fresche, insaccati, verdure o frutta gli ingredienti della cucina euganea riescono sempre a sorprendere: la Gallina Padovana, l’olio d’oliva, i piatti a base di radicchio fino al prosciutto di Montagnana. 

I bianchi con temperature di servizio più fresche ben si adattano al consumo da aperitivo o antipasto, magari con piatti a base di pesce o risotti alle erbe selvatiche.

I vini rossi costruiscono il loro abbinamento più raffinato con la selvaggina, i primi piatti con carni rosse e con i salumi, particolarmente i più stagionati.

Rosé e prosecco, infine, possono essere consumati a inizio e fine pasto.

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Alto Adige, i vini del Südtirol

Alto Adige
Vitigni "di confine"

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DOVE CI TROVIAMO

Un territorio d'autore

Contrariamente a molte referenze italiane, la zona dell’Alto Adige non indica un solo prodotto ma tutto l’insieme di uve e vini che vengono prodotti nella provincia autonoma di Bolzano.

L’Alto Adige è infatti un territorio decisamente eterogeneo, per condizioni climatologiche e paesaggistiche, che definiscono numerose opportunità dal punto di vista enologico.

Cabernet, Chardonnay, Malvasia e non solo: il profilo morfologico della provincia – ricca di montagne e vallate, estesa quasi quanto una regione – la rende prolifica nella produzione di vino.

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CENNI STORICI

Dai Romani agli Asburgo

La vinificazione in Alto Adige ha origini decisamente antiche, che coincidono in parte con la civilizzazione Retica.

Fu proprio Catone il Censore, nel III secolo avanti Cristo, a definire con il nome retico un vino di particolare pregio che era divenuto famoso anche negli ambienti della Roma repubblicana. La dominazione dell’Urbe rese ancora più importante la coltivazione delle uve nelle terre a sud del Brennero, unendo tecniche diverse ma facilmente assimilabili tra loro.

Dopo la caduta dell’Impero furono i monasteri sparsi sul territorio a mantenere viva la cultura enologica, soprattutto seguendo le regole bavaresi.

Furono gli austriaci, particolarmente Giovanni d’Austria, a dare un nuovo impulso alla vinificazione altoatesina, che ebbe una forte spinta dalla diffusione delle ferrovie nel tardo Ottocento.

 

LA NASCITA DELLE CANTINE SOCIALI

Enologia collettiva

L’associazionismo nel mondo dell’agricoltura è una tradizione storicamente associabile ai paesi germanici. Le prime Winzergenossenschaft, associazioni di enologi che lavorano per risultati comuni, risalgono alla prima metà dell’Ottocento.

Da qui si sviluppa il fenomeno delle cantine sociali, che in Alto Adige attecchisce subito: i primi esempi sono quelli di Andriano, Terlano ed Egna nel 1893. Entro il 1914 arrivano ad essere 17.

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CURIOSITÀ

La nascita delle DOC

Il Regio decreto legge 497 del 7 marzo 1924 fu il primo provvedimento dell’Italia unitaria a prevedere esplicitamente Disposizioni per la difesa dei vini tipici.

Fu il governo Mussolini, con questo dispositivo di legge, a prevedere una serie di regolamenti atti a tutelare quei vini con profili di storicità già ampiamente riconosciuti.

Tra le varie normative, la possibilità di formare consorzi di tutela e promuovere la riconoscibilità e la vendita del vino italiano sia sul mercato nazionale che internazionale.

Grazie a questi strumenti l’esperienza enologica altoatesina, particolarmente quella delle cantine sociali, fu codificata in regolamenti e attività che incrementarono la riconoscibilità dei vini dell’Alto Adige in tutta Italia (e non solo).

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

La cucina dell’Alto Adige si caratterizza per l’utilizzo di ricette e ingredienti provenienti dall’esperienza mitteleuropea piuttosto che dalle rimanenti tradizioni peninsulari.

Una delle dimostrazioni più evidenti è la quasi totale assenza di grano e olio, sostituiti da cereali meno raffinati e dal burro.

Che siano gli immancabili Knödel, lo strudel di mele o gli Spätzle molte delle ricette dell’Alto Adige si sposano alla perfezione con i vini di questo territorio, ma non solo.

Il Müller Thurgau esprime il meglio di sé con formaggi, crostacei e con secondi a base di pesce. Il Bischofsleiten di vini Schiava 100% è adatto sia alle carni che come accompagnamento di sfiziosi aperitivi e il Pinot Nero si adatta con successo alle ricette di selvaggina.

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Nero d’Avola

Nero d'Avola
La Sicilia in un bicchiere

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DOVE CI TROVIAMO

Il vino siciliano, ma calabrese

Quella del Nero d’Avola è una storia – anche geografica – decisamente interessante. Il vitigno nasce infatti in Sicilia, più precisamente nella zona siracusana dei comuni di Eloro, Pachino e Noto. Si tratta di un territorio fortemente circoscritto, bellissimo dal punto di vista turistico e fortunato in fatto di clima e condizioni meteorologiche.

Il suo nome originale, Calavrisi, parrebbe riferirsi a una possibile origine “continentale” ma in realtà è una italianizzazione, o meglio sarebbe dire storpiatura, del termine Calaravrisi, ovvero cala (uva) di Avrisi, Avola.

Oggi quest’uva è prodotta in larga parte dell’Italia meridionale, ma anche in Lazio, Umbria, Toscana e Abruzzo.

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CENNI STORICI

Una storia particolare

Quella del Nero d’Avola è una storia dai tratti fumosi, che vede nella ricca esperienza di popoli e tradizioni della Sicilia la sua origine e diffusione.

Sappiamo con una certa approssimazione di certezza che l’uva dalla quale nasce il Nero sia stata importata in Sicilia dai Fenici, all’incirca intorno al XII secolo avanti Cristo.

L’ottima esposizione climatica, il terreno favorevole e la propensione all’enologia dei Romani fecero il resto, dando a quest’uva terreno fertile – in tutti i sensi – per prosperare pur rimanendo in un alveo geografico limitato.

Nell’Ottocento, con l’avvento del commercio estero, il Nero d’Avola viene sempre più spesso chiamato Calabrese, per confondere i compratori francesi che ritenevano quello di Calabria il vino migliore.

LE CARATTERISTICHE

Caldo come la Sicilia

Il vino che si produce con le bacche di Nero d’Avola, nere per eccellenza, è forte e corposo. Simile per certi versi al Nebbiolo o al Sangiovese, ha un bouquet di aromi di particolare importanza, prevalentemente di frutta estiva, liquirizia ed eucalipto.

Di colore intenso e sapore caldo, abbastanza acido, ha una certa profondità che non confonde il palato, risultando fine e armonico e mai troppo “importante” in tavola o all’assaggio più attento.

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CURIOSITÀ

La città esagonale

Il Nero deve il suo nome non solo al colore della bacca, ma anche alla città nella quale insiste il nucleo fondante della sua produzione: Avola.

La città, che oggi sorge davanti al Golfo di Noto, non è però sempre stata qui. Vi fu trasferita dopo il devastante terremoto del 1693, che rase al suolo non solo Avola vecchia, ma anche Siracusa e gran parte di Catania.

Da città di montagna, abbarbicata sui crinali delle vette sicule, Avola divenne località marittima, il cui cardine è una struttura perfettamente esagonale, progettata da Angelo Italia su richiesta del principe Nicolò Pignatelli d’Aragona.

Numerosi i luoghi d’interesse, come le numerose chiese e gli antichi dolmen del periodo neolitico.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Un rubino nel bicchiere: potremmo definire così il Nero d’Avola a prima apparenza, con il suo colore profondo e penetrante che quasi “macchia” i calici.

Un vino che ovviamente predilige abbinamenti di corpo e sostanza, come quelli con le carni, ma con una particolarità: nonostante il rosso sia generalmente associato della stessa accezione cromatica, il Nero ben si presta anche ad abbinamenti con la carne bianca, pollo e coniglio in testa.

Imperdibile l’accoppiata tra Nero d’Avola e il formaggio stagionato: principe di questo abbinamento è il caciocavallo di Ragusa, variante locale di un formaggio tipicamente meridionale.

Non avendo – a giusta ragione  – una certa affinità con il pesce lo si può però abbinare a varianti della cucina siciliana tipicamente di terra, come i timballi o la pasta alla Norma.

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Sangiovese

Sangiovese
Calici di Romagna

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DOVE CI TROVIAMO

Il vino dei romagnoli (e non solo)

Con oltre l’11% della superficie coltivata a vite in Italia, il Sangiovese è da sempre uno dei massimi protagonisti della produzione enoica nazionale.

Se ci limitiamo a parlare della sua diffusione, quella che ci viene subito in mente è ovviamente la Romagna, come del resto ci racconta anche la celebre canzone. “Evviva la Romagna, evviva il Sangiovese” non è solo un ritornello ma l’esternazione di un legame complice tra la zona a nord di Bologna e il suo vino storico.

Nonostante ciò la sua produzione si estende ben oltre i confini romagnoli, arrivando in ben sedici regioni italiane: non se ne hanno tracce rilevanti unicamente in Valle d’Aosta, Trentino, Friuli Venezia Giulia.

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CENNI STORICI

Dal Cinquecento a oggi

Il Sangiovese non ha sin da subito questo nome: è Giovan Vettorio Soderini, nel Cinquecento, a definirlo nel suo trattato La coltivazione delle viti come Sangiocheto o Sangioveto, dal quale poi sarebbe derivato il nome attuale.

Il nome con il quale lo conosciamo sarebbe, secondo le fonti più accreditate, una storpiatura di “Sangue giovese”, ovvero il sangue del Monte Giove, una zona di coltivazione molto nota nei pressi di Santarcangelo di Romagna.

Pare tuttavia che questo vino non sia pienamente autoctono della Romagna, bensì potrebbe essere stato importato, adattandosi alle condizioni del terreno, dal Mezzogiorno d’Italia, probabilmente come derivazione del Mantonico  Bianco, il Nerello oppure il Cirò, vitigno ancora oggi molto diffuso nella Calabria ionica.

I VINI

Tanti vini per un'uva

Le uve Sangiovese, anche in virtù della loro amplissima diffusione sul territorio nazionale, sono soggette a variazioni nominali e caratteristiche spesso abbastanza discordanti una dall’altra. Se in Toscana si distinguono le due varietà di Sangiovese Grosso e Sangiovese Piccolo, in altre regioni se ne evidenzia la similitudine (ove non addirittura l’identicità) con il Brunello.

È un’uva fortemente produttiva benché “ruvida” e nei terreni calcarei sprigiona un bouquet di sapori straordinario.

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CURIOSITÀ

Dalla Romagna alla California

Come dicevamo in precedenza, la fama del Sangiovese è tale che se ne produce oltre un decimo di tutti i vini messi in commercio in Italia.

Stante la particolare fama del vino italiano, non è un caso che quest’uva sia stata anche esportata oltre i confini nazionali per tentarne un adattamento ai vari climi e consumi.

Nella celebre Napa Valley, il “Chianti californiano”, la coltivazione del Sangiovese è florida anche grazie a condizioni climatologiche simili a quelle del suo territorio di origine nel Bel Paese. 

Quest’uva è ulteriormente coltivata in California anche nelle zone di Sonoma e Sierra Foothills, nella regione di Mendoza in Argentina e finanche in Australia e Corsica.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Dal gusto pieno e corposo, il Sangiovese è un vino che richiede abbinamenti capaci di generare una “coppia” in tavola di particolare interesse.

Il suo profumo e gli aromi, particolarmente intensi nelle varietà più affinate, meritano di essere accompagnati con piatti dal forte corpo, come ad esempio i salumi stagionati, la cacciagione, i primi piatti a base di carne (immaginiamo ad esempio dei pici con ragù di cinghiale o dei ravioli ripieni di carne) o delle ottime grigliate miste di manzo e maiale.

Lo si può invece, in caso di vini più giovani, scegliere di portare in tavola anche con il pesce: non è un caso che sempre più persone apprezzino l’incontro del pesce con il rosso.

Tra le ricette più valide in questo senso dei primi piatti con alici e sardine, uno sgombro alla griglia e una frittura in tempura.

 

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Verdicchio

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Sfumature di Verdicchio
Il "buon vino" delle Marche

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DOVE CI TROVIAMO

Nel cuore dell'Italia

La coltivazione delle uve Verdicchio è storicamente accertata tra Jesi e Matelica, dunque nelle province di Ancona e Macerata (Marche centro-settentrionali).

Questi due territori godono di un clima mediterraneo con significative influenze continentali, ovvero con escursioni termiche molto ampie sia a livello stagionale che durante le singole giornate. Le estati molto calde, gli inverni nevosi e lo sbalzo termico mutano, favorevolmente, la qualità delle uve.

Sebbene sia oggi coltivata anche in molte altre regioni del Centro-Sud Italia (come Emilia Romagna, Lazio, Sardegna e Calabria), l’uva Verdicchio è storicamente associata alle Marche, dove peraltro si esprime con maggiore identità olfattiva e gustativa.

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CENNI STORICI

Il vino del Rinascimento

Contrariamente a molti vitigni storici italiani, si può dire che il Verdicchio appartenga da sempre alle Marche, tale è la profondità del legame che unisce l’uva a questa regione del Centro Italia.

Le prime citazioni letterarie di questo vino, e delle omonime uve con il quale si realizza, risalgono al Cinquecento a opera di agronomi e medici.

L’ampelografia italiana di fine Ottocento classifica il Verdicchio come una delle 28 uve italiane “tradizionali” (cfr. L’Ampelografia Italiana 1879-1890, Comitato centrale ampelografico italiano), insieme, tra gli altri, a Grignolino, Trebbiano, Prosecco e Raboso.

Alcuni studi contemporanei paiono sottolineare una certa identità biologica comune tra il Verdicchio e il Trebbiano di Soave, del quale costituirebbe una variazione – o meglio un adattamento – al territorio marchigiano.

I VINI

Tanti vini per un'uva

Grazie all’uso dell’uva Verdicchio – completamente o in parte – si producono oggi oltre venti tipi di vino in più regioni.

Se la Denominazione di Origine Controllata e Garantita è riservata unicamente, in questo caso, al Castelli di Jesi Verdicchio Riserva e al Verdicchio di Matelica riserva, nelle DOC prodotte con Verdicchio troviamo anche l’Esino, il Colli Maceratesi, il Verdicchio di Matelica passito e spumante.

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CURIOSITÀ

Il vino degli svedesi

Assoenologi ha pubblicato nel 2019 un rapporto sull’impatto del vino italiano nel mercato internazionale, dando particolare attenzione al Verdicchio e alle sue performance di vendita.

Ne è risultato che il vino marchigiano, in un quadro congiunturale particolarmente favorevole verso le bottiglie italiane, è quello più apprezzato nell’area della Scandinavia e particolarmente in Svezia, con un aumento del 20% nelle vendite rispetto agli anni precedenti.

La qualità del Verdicchio e il suo ottimo profilo aromatico, oltre ovviamente alla possibilità di consumarlo fresco in abbinamento a tante specialità di carne e di pesce tipiche della cucina svedese, lo hanno reso così un formidabile successo tra gli scandinavi, che iniziano a mutare lo storico apprezzamento per i rossi italiani verso i bianchi.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

La tradizione culinaria delle Marche è caratterizzata da una profonda eterogeneità e da una ricchezza di ingredienti che va dalla carne ai formaggi, dai fritti fino al pesce.

In questo senso, la scelta del Verdicchio negli abbinamenti cibo-vino non deve avvenire con semplicità, ma andando a valutare efficacemente quali sono i piatti e i singoli ingredienti che meglio si abbinano a questo vino.

Ottimo con le specialità di pesce (pasta alle vongole, risotto alla pescatora, cozze gratinate) può ottimamente essere servito anche con secondi piatti di carne (particolarmente con polpo e tacchino) o con le specialità delle altre regioni quali il pesto genovese.

Molto apprezzato in cucina, il Verdicchio si può abbinare anche al tartufo, ai dolci secchi e ai funghi.

spaghetti con le vongole

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