ARCA Territori | Wineowine

Carignano del Sulcis

carignano del sulcis

Le collezioni di Wineowine

Carignano del Sulcis

Il vino isolano nelle terre delle miniere

Condividi le nostre storie

DOVE CI TROVIAMO

Un'isola e il suo passato

La Sardegna è un’isola dove la storia si stratifica in incredibili tesori: non solo architettonici e culturali, ma anche enogastronomici.

Il Carignano del Sulcis, prodotto nella zona mineraria dell’isola dei nuraghi, ha un’areale di produzione che corrisponde indicativamente alla parte sud-ovest della provincia cagliaritana, tra Zinnigas, Portoscuso, Sant’Antioco e Carloforte.

Un’isola, le sue isole e un’entroterra dove il forte vento di Maestrale rinfresca, alimenta e spazza via certezze. E dove il vino è il grande protagonista.

carignano del sulcis grapes ready for harvest

LE CARATTERISTICHE

Grande e resistente

Il Carignano del Sulcis nasce dall’apparente contraddizione tra la sua uva base e il territorio in cui si trova.

L’uvaggio Carignano è infatti poco adatto alla coltivazione marittima, poiché particolarmente sensibile allo iodio, ma da queste parti l’unione di fattori concorrenti ha dato vita a una produzione qualitativamente e quantitativamente significativa.

Sono ben 1700 gli ettari di vigneti sardi coltivati con queste bacche rosse, dal colore molto scuro e dalla forma tipicamente tondeggiante, protette da una fogliatura ampia e dalle sfumature verde chiaro-brillante.

Dai grappoli si ricava molta uva, ed è per questo che sin dai tempi antichi il Carignano ha avuto molto successo in tutta Europa, essendo un’uva sulla quale si può contare.

Pur particolarmente intaccabile dalla filossera, il Carignano del Sulcis gode di favorevoli condizioni pedoclimatiche che, soprattutto a Calasetta (Sant’Antioco), impediscono lo svilupparsi dell’insetto che, a fine Ottocento, mise in ginocchio la produzione enologica di gran parte d’Europa, Italia compresa.

DOVE TROVARE IL CARIGNANO

Sardegna e Lazio

Il 97% delle coltivazioni di Carignano si trova, secondo uno studio del 2012, nella regione Sardegna, particolarmente sulle isole di Sant’Antioco e San Pietro. La percentuale rimanente della produzione italiana è concentrata nel Lazio, particolarmente la zona di Cerveteri, dove il clima è molto simile.

Nel mondo è diffuso in Francia, Spagna, California, Missouri, Texas, Messico, Cile e Australia del sud.

CURIOSITÀ

Un'uva che piace(va) poco

Grande produttività, buon valore eppure poco considerata. Nemo propheta in Patria, si potrebbe dire del Carignano, un’uva che addirittura veniva espiantata dai territori originali per fare spazio a qualità meno produttive, ma considerate migliori.

La storia di quest’uva, e dunque del vino che se ne ricava, è decisamente antica e si può far coincidere con due momenti principali: l’arrivo dei Fenici in Sardegna e lo strapotere della corona d’Aragona nel corso del Quattrocento e Cinquecento.

Furono infatti i monarchi della Reconquista, che controllavano buona parte del Sud Europa, a esportare quest’uva ovunque, sfruttando la similitudine tra il clima aragonese e quello provenzale, occitano, sardo e del Mezzogiorno in generale.

Un’uva da taglio, almeno così è stata considerata per larga parte del Novecento, che oggi supera pregiudizi di forma e sostanza per rendere giustizia a un’uva capace di buoni risultati se trattata con rispetto e attenzione.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Ed eccoci arrivati al momento più gustoso di questi incontri settimanali, quello dell’abbinamento cibo-vino.

Se oggi siamo in Sardegna, sicuramente la mente spazia nelle innumerevoli proposte della cucina isolana, capace di offrire molte specialità di pesce ma avere un contraltare dell’entroterra altrettanto significativo.

Dalle carni ai formaggi, infatti, sono tante le materie prime e le ricette che danno il meglio di sé quando abbinate al Carignano del Sulcis, dall’immancabile porcheddu arrostito all’agnello con i carciofi.

Buonissimo anche l’incontro con la zuppa galluresa, una specialità a base di pane carasau, sugo di carne e pecorino o con i bucatini al ferretto nuoresi, conditi con sugo di pecora e spolverizzati con il Pecorino.

Malloreddus, pecora in cappotto e sa corda, l’intreccio delle interiora d’agnello allo spiedo. Buon appetito a tutti!

Assistenza

06 622 880 07

Dal Lunedì al Venerdì
9:30-13:30/14:00-18:00
assistenza@wineowine.com

Seguici

Parlano di noi

Piedirosso

piedirosso

Le collezioni di Wineowine

Piedirosso

Il vino 'vulcanico' del Centro-Sud Italia

Condividi le nostre storie

DOVE CI TROVIAMO

Alle pendici del vulcano più celebre

Piedirosso, un nome che risuona molto familiare in Campania ma che estende il suo areale di produzione anche ai territori confinanti di Puglia e Lazio.

Lo possiamo chiamare “vino vulcanico” perché lo si produce alle pendici del Vesuvio e dei Campi Flegrei, quei territori dalla storia geologica ed eruttiva particolarmente forte e dinamica.

Grandi nutrimenti, quelli dei terreni vulcanici, che si espandono in una delle regioni più scenografiche d’Italia, restituendo un vino eccellente. Proprio come i territori dai quali nascono le sue uve.

Ripe red grapes growing on vineyards in Campania, South of Italy used for making red wine close up

LE CARATTERISTICHE

Grande e resistente

Il grappolo del Piedirosso è forte e corposo, una sorta di inno alla realtà significativa del territorio campano.

Un’uva che può essere coltivata, secondo il disciplinare, in tutta la Regione Campania ma che trova le zone migliori non solo nei già citati Campi Flegrei e Vesuvio, bensì anche in Costiera Amalfitana, nel Sannio, nel Taburnio e nei dintorni di Caserta.

Quello che nasce dalle viti è un grappolo dalla forma tozza, ricco, con una produttività spiccata e un colore decisamente rosso-violaceo, tendente al prugna. Bello da vedere, buonissimo nella resa in bottiglia.

Un vero capolavoro della natura, un po’ come i palombi, dai quali ha mutuato il suo nome dialettale: per’ e palumbo (piede di palombo).

Settecento ettari, questa la sua diffusione in Campania, dove è autoctono e particolarmente apprezzato: le rimanenti zone autorizzate sono tutte le province della Puglia e la sola provincia di Latina per il Lazio.

QUALI UVE

Piedirosso in purezza

La produzione dei vini da bacca Piedirosso richiede, spesso, l’impiego in purezza di questo vino, come accade per il Piedirosso Pompeiano IGT, che lo impiega al 100% del suo valore.

Nel Campi Flegrei si impiega tra il 90% e il 100%, percentuali che scendono al 40-60% nel Costa d’Amalfi rosso, dove si impiegano anche Aglianico e Schioppettino.

CURIOSITÀ

L'uva di Plinio il Vecchio

C’è un volume, vecchio di duemila anni, che più di altri ci aiuta a fare luce sulla storia dell’Italia, dei suoi territori e dell’oro liquido che l’ha portata ai vertici del mondo.

È il Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, storico romano vissuto nel primo secolo dell’Era imperiale e morto durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

A lui si deve una efficace descrizione dell’uva Palombina Nera e della simile Colombina, che oggi vengono considerate come antenate, o addirittura la stessa, del Piedirosso.

Omologa citazione della Palombina risale poi a degli scritti del Cinquecento di Herrera – Sederini, secondo il Carluci.

L’uso del Piedirosso si consolida comunque tra Ottocento e Novecento, grazie alla sua ottima resistenza alle malattie delle viti, che riesce a sopperire alla crisi produttiva di fine XIX secolo. Da qui, se ne consolida la fama.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Vino delle grandi occasioni, o perché no, anche per una coccola con la persona amata. Il Piedirosso si presta a momenti importanti, e lo fa senza particolari remore: è un rosso che chiede e dà attenzioni, ottimo in un abbinamento cibo-vino di rilievo.

Il Piedirosso Pompeiano, ad esempio, presta il fianco ad essere servito insieme al filetto alla Wellington, un nobile pezzo di carne avvolto in crema di funghi e protetto da uno scrigno di pasta sfoglia.

Avete capito, insomma, che questo figlio dell’enologia campana dà il meglio di sé con le carni, preferibilmente rosse: una Fiorentina, una braciata con gli amici o anche una bistecca impreziosita da qualche fiocco di sale Maldon, rigorosamente cotta al sangue.

Ottimo in ogni caso anche con la selvaggina, con carni di maiale e con dei formaggi ampiamente stagionati, magari un Pecorino di Vitulano o un provolone del Monaco.

Assistenza

06 622 880 07

Dal Lunedì al Venerdì
9:30-13:30/14:00-18:00
assistenza@wineowine.com

Seguici

Parlano di noi

Roero Arneis

Roero Arneis

Le collezioni di Wineowine

Roero Arneis

Il 'secco' del cuneese

Condividi le nostre storie

DOVE CI TROVIAMO

Diciannove piccoli comuni

L’areale di produzione del Roero Arneis è limitatissimo, e impreziosisce appena 19 comuni, tutti parte della provincia di Cuneo.

Più precisamente siamo nel Roero che, insieme a Langhe e Monferrato, fa parte delle zone piemontesi del vino e del tartufo riconosciute come Patrimonio dell’Umanità UNESCO sin dal 2014.

Un territorio piacevolmente eterogeneo che alterna colline, borghi che punteggiano la zona e una natura straordinariamente scenografica, cornice perfetta per la produzione di questo vino di qualità.

Uva Arneis a bacca bianca

LE CARATTERISTICHE

Un vino... simpatico!

Arneis in dialetto locale del cuneese vuole indicare una persona dal carattere decisamente allegro e solare, a tratti estroverso e contrario a ogni regola.

Un po’ come questo piacevole bianco, qualificato con la Denominazione di origine controllata e garantita (DOCG), massima aspirazione del mondo enologico nazionale e comunitario.

Un vino, il Roero Arneis, dal titolo alcolometrico significativo (fino a 14%) e dal gusto secco, dalla buona beva e con caratteristiche decisamente piacevoli: colore giallo paglierino, fresco al palato, dai richiami olfattivi tipici dei prati in fiore. Sostanzialmente, una presenza specifica del retrogusto erbaceo, che si fa evidente all’assaggio attento e consapevole.

Quasi un gusto “primaverile” per questo vino, un po’ acidulo, quasi un unicum nella produzione piemontese ma che sorprende e incanta grazie a una apparente leggerezza figlia di una precisa scelta: quella di fuggire dagli schemi consueti di un’enologia canonica e fortemente tradizionalista.

QUALI UVE

Arneis in purezza

Il Roero Arneis viene prodotto impiegando una percentuale pressoché assoluta dell’omonimo vitigno Arneis. Se ne usa infatti un quantitativo minimo del 95%, delegando a piccolissime concentrazioni di vitigni bianchi aromatici la residuale, per correggere o integrare il bouquet aromatico.

L’Arneis, anche detto in origine Bianchetta o Nebbiolo Bianco, è un vitigno dal grappolo piccolo, acino tra giallo e verde e buona resa.

CURIOSITÀ

Un vino riscoperto

Fino a pochi decenni fa, la fama del Roero Arneis era venuta meno rispetto all’Ottocento, e lo si considerava come un vino secondario, di poca importanza rispetto – ad esempio – al Barolo.

Un successivo lavoro di approfondimento ampelografico, ma anche le nuove tendenze di un mercato alla costante ricerca di novità, hanno dato nuova spinta a questo vino che, in appena vent’anni, si è visto consegnare l’onorifica medaglia di rappresentante del Roero, anche a discapito – in alcuni casi – del più celebre Nebbiolo.

Piacevole da bere, adatto a ogni periodo dell’anno e dunque ben versatile anche negli abbinamenti in tavola, il “vino simpatico” del cuneese è riuscito a conquistare tutti quelli che, nei loro bicchieri a tulipano (questo il consiglio storico per servirlo), vogliono portare un tocco di originalità.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Fresco, dal buon grado alcolico, fruttato e floreale: ecco il Roero Arneis, bianco del Piemonte che si fa apprezzare per l’ampia varietà di abbinamenti possibili.

E del resto, la cucina piemontese, così vasta e variegata, non rimane certo in attesa e riesce a proporre delle possibili combinazioni nell’abbinamento cibo-vino che faranno felici tutti coloro che avranno scelto l’Arneis per un brindisi consapevole e attento.

Lo si può portare in tavola abbinandolo con degli aperitivi leggeri, magari con dei crostini o delle bruschette estive a base di pesce crudo, battuta di pomodori e basilico oppure con delle olive verdi.

Con i primi, si fa ottimo grazie al pesce, magari delle linguine allo scoglio, ma è anche adatto ad accompagnare minestre di verdure, come la zuppa del canavese o quella dei Santi.

Tra i secondi, permane l’abbinamento con del pesce al forno, magari in crosta di sale e con delle fritture in tempura.

Assistenza

06 622 880 07

Dal Lunedì al Venerdì
9:30-13:30/14:00-18:00
assistenza@wineowine.com

Seguici

Parlano di noi

Morellino di Scansano

Le collezioni di Wineowine

Morellino di Scansano

Il 'vino del borgo' nella Maremma Grossetana

Condividi le nostre storie

DOVE CI TROVIAMO

Dal borgo al mondo

La produzione del Morellino di Scansano è riservata a una piccola zona della Maremma Grossetana, nella Bassa Toscana.

Situato a 500 metri di altitudine, Scansano (con l’accento sulla seconda A) è un borgo prossimo al mare, protetto dalle vicine vette dell’Amiata e diffuso sulle colline dell’Albegna e del Fiora.

Un territorio piacevolmente favorevole alla coltivazione delle uve e alla loro trasformazione in un rosso di base Sangiovese, particolarmente conosciuto e apprezzato sul mercato enologico nazionale e internazionale.

 

Ciliegiolo grape

LE CARATTERISTICHE

Perché è così amato?

Il particolare successo che il Morellino di Scansano ottiene tra gli addetti ai lavori, ovvero nel pubblico di buoni bevitori, è dovuto a una fortunosa concomitanza di circostanze.

Tra queste, la presenza preponderante del Sangiovese, uva particolarmente versatile e dall’ottimo bouquet aromatico. A questa si aggiungono poi varie uve, che contribuiscono a restituire una sapidità e una freschezza apparentemente insolite nel panorama dei rossi.

Rispetto agli altri vini rossi della Toscana come il Chianti o il Montepulciano, infatti, il Morellino difetta in struttura poiché proviene da lavorazioni e materie prime diverse che lo rendono più “agevole”.

Da apprezzare è dunque la nota fruttata del Morellino, un vino dal buon livello alcolico ma che non eccede, capace di stupire sia se poco affinato che dopo un lungo periodo in botte di legno, quando migliora la permanenza della beva.

 

QUALI UVE

Sangiovese e...

Almeno l’85% di uva Sangiovese: è questo il quantitativo minimo che da disciplinare viene impiegato nella produzione del Morellino di Scansano.

Insieme alla più celebre delle uve d’Italia, quantitativi fino al 15% di Montepulciano, Alicante, Malvasia Nera, Ciliegiolo e Colorino possono essere impiegati a seconda della disponibilità e delle scelte delle cantine produttrici.

CURIOSITÀ

Perché si chiama Morellino?

L’uso del nome Morellino per definire il rosso di Scansano affonda le sue radici nel periodo medievale, ma la produzione di questo vino è ancora più antica.

Ci troviamo nelle zone etrusche, dove vari secoli prima dell’epopea romana questo popolo aveva compreso e adattato l’uso ellenico della coltivazione e trasformazione delle uve.

Già nel V secolo a.C. si testimonia che Scansano, la Maremma Grossetana e il Centro Italia in genere sono terreni fertilissimi, che rendono un vino di ottima qualità. Una tradizione che prosegue nel tempo, arrivando fino al Medioevo, quando nasce appunto il nome Morellino.

Da cosa deriva? Da una razza di cavalli, i “morelli“, che hanno un manto particolarmente scuro, simile al colore delle more. Erano loro a trainare le carrozze dei nobili della zona.

Nel 1800 si hanno le prime fonti certe sulla quantità di vino prodotto, nel 1978 il Morellino ottiene la DOC e nel 2007 la DOCG.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Agevole, piacevole, versatile. Sono queste le caratteristiche che possiamo associare al Morellino di Scansano, un vino che anche a tavola, negli abbinamenti cibo-vino, riesce a stupire i palati più allenati.

Come lo fa? Proponendo una “variante originale” del rosso, che non è più un vino strutturato, eccessivamente alcolico o che ti prende alla testa, ma si fa più leggero, delicato.

Nonostante ciò, conserva tutto il buono del rosso, ovvero la sua capacità di adattarsi alle carni rosse, particolarmente alle grigliate o alle preparazioni che richiedono una lunga cottura (pensate ai brasati, al peposo all’Imprunetina o, per voler variare un po’, anche al goulash ungherese).

Si adatta molto bene anche a primi e secondi con la selvaggina, soprattutto al cinghiale, e può essere servito per accompagnare formaggi mediamente stagionati e antipasti toscani in genere, soprattutto i crostini con fegato d’oca.

Assistenza

06 622 880 07

Dal Lunedì al Venerdì
9:30-13:30/14:00-18:00
assistenza@wineowine.com

Seguici

Parlano di noi

Monferrato Dolcetto

Le collezioni di Wineowine

Monferrato Dolcetto

Il rosso di compagnia tipicamente piemontese

Condividi le nostre storie

DOVE CI TROVIAMO

Il vino del Basso Piemonte

Il Monferrato e l’Astigiano sono i territori entro i quali si estende l’areale di produzione del Monferrato Dolcetto DOC, un vino del Piemonte caratterizzato da un interessante profilo organolettico, ma non solo.

In particolare, il territorio entro il quale si produce questo vino si apre a mezzaluna intorno alla città di Alessandria, toccando mete turistiche di pregio quali Casale Monferrato, Asti, Nizza Monferrato, Acqui Terme e Novi Ligure.

Territorio prevalentemente collinare, circondato dalle grandi spazialità del Piemonte e punteggiato qua e là, nei suoi panorami, dalle vette delle Alpi e degli Appennini che riparano e proteggono queste verdi vallate del Nord Italia.

Filari di vite nel vigneto in autunno

LE CARATTERISTICHE

Il Rosso del Monferrato

Il Monferrato Dolcetto è un vino che rappresenta al meglio le caratteristiche dell’enologia del Basso Piemonte.

Si tratta infatti di un “vino buono” per definizione che, pur schiacciato dalla fama del Barolo o del quasi omonimo Dolcetto d’Alba, riesce a ricavarsi uno spazio di tutto rispetto nelle cantine degli appassionati.

Lo fa grazie a un profilo generalmente giovane ma non nuovo a possibili invecchiamenti, a un tono alcolico non particolarmente alto e a una bevibilità di rilievo.

Insomma, non un vino da meditazione o da dimenticare in cantina, ma una piacevole usabilità in accompagnamento ai grandi piatti della cucina del Piemonte.

Un “vino da pasto”, per dirla tra di noi, fruttato e dal colore tendente al violaceo, fruttato, asciutto, vagamente acido e poco amabile.

LE DENOMINAZIONI

Il vitigno Dolcetto

L‘uva Dolcetto è diffusa in buona parte del Piemonte, soprattutto tra le Langhe e il Monferrato.

Ha un colore particolarmente scuro, una maturazione precoce e una buona produttività: le caratteristiche adatte per vinificare, con successo, già dal mese di settembre.

Nel Dolcetto del Monferrato viene impiegata in percentuali minime dell’85%, fino ai vini in purezza.

CURIOSITÀ

Dolcetto... o amaro?

Il nome Dolcetto, almeno al primo assaggio, potrebbe trarre in inganno chi si avvicina a questo vino del Monferrato.

Infatti la denominazione è lontana dal vero sapore del vino, che per contro risulta decisamente intenso e con note curiosamente amarognole, o comunque di impatto.

Prevalgono infatti i sentori di liquirizia e mandorla, mentre vaghi ricordi di frutti di bosco e fiori si lasciano immergere in un calderone dove compare tannicità, morbidezza e armonia.

Pare che il vino Dolcetto, nato forse intorno al Settecento, non venga chiamato così per il risultato che si ottiene dalle uve (e abbiamo capito che sarebbe un’interpretazione sbagliata), ma dall’imperfetta traduzione del termine piemontese dosset, che sta a significare “bassa collina”, quasi dosso.

Più che “vino dolce”, insomma, il Dolcetto del Monferrato potrebbe ben essere chiamato “vino collinare”.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Di facile beva, da consumarsi prevalentemente entro il primo anno dalla vendemmia, il Monferrato Dolcetto è un vino che non può mancare in tavola, magari alla domenica quando ci si concede uno sfizio in più.

Per farlo al meglio si può pensare a un menù che ruota intorno alle tradizioni culinarie della fu terra sabauda, iniziando da un copioso antipasto di salumi e formaggi locali (meglio ancora quelli stagionati, come il Raschera o il Castelmagno).

Per i primi si può spaziare sulle paste ai funghi o con corposi sughi di carne, quest’ultima che ritorna in essere anche nei secondi, prediligendo soluzioni gustose come la carne cruda all’albese (Alba) con alcune scaglie di tartufo a guarnire il tutto.

Una curiosità? Nel Monferrato si usano i ravioli del plin a “culo nudo“, ovvero serviti senza brodo. Un piatto originale, da abbinare al Dolcetto, per rimanere nell’alveo della tradizione.

Assistenza

06 622 880 07

Dal Lunedì al Venerdì
9:30-13:30/14:00-18:00
assistenza@wineowine.com

Seguici

Parlano di noi

Cannonau

Cannonau

Le collezioni di Wineowine

Cannonau

Il vino simbolo dell'enologia sarda

Condividi le nostre storie

DOVE CI TROVIAMO

Il vino dell'entroterra

Le più antiche tracce della coltivazione di uva Cannonau in Sardegna sono state scoperte a Borone, nel nuorese. Ci troviamo in uno dei siti archeologici di maggiore interesse della regione, dove si trovano le tumbas de is gigantes.

Qui, i vinaccioli della vite recuperati tra le tombe dei giganti risalirebbero a oltre 3200 anni fa. Testimonianza della presenza del Cannonau ben prima della presunta importazione dalla Spagna.

Quest’uva è particolarmente diffusa nell’entroterra della Sardegna, ma le condizioni climatiche ne rendono possibile la coltivazione pressoché in tutta l’isola, facendo del Cannonau un vino “sardo a 360 gradi”.

Details of vineyards, rows of old and young vines during harvest.

LE CARATTERISTICHE

Tardivo e di carattere

L’uva Cannonau, quintessenza della coltivazione enologica in Sardegna, ha caratteristiche specifiche che ne presentano in maniera incontrovertibile la sua autenticità rispetto al territorio.

Si tratta di un’uva particolarmente scura, la cui elevata presenza di pruina garantisce una resistenza ampia alla disidratazione. Caratteristica importante per una zona, quella sarda, dove la forte illuminazione solare e la scarsità di precipitazioni rende le uve molto esposte alle condizioni meteo estreme.

Da questi acini di dimensioni medie e colore molto scuro si ricavano vini che vengono prodotti in epoca tardiva: raramente la vendemmia avviene prima della fine di settembre.

Se ne ricava così un vino puro, il Cannonau di Sardegna DOC, ma quest’uva viene anche impiegata in cru diverse, con quantitativi che la rendono in ogni caso preponderante. Il vino che se ne ricava è intenso: colore rubescente, sapido al palato, dalla beva persistente.

LE DENOMINAZIONI

Gli incroci Manzoni

Il Cannonau di Sardegna DOC (Denominazione di Origine Controllata) vede la sua produzione suddivisa in più zone.

Capo Ferrato, Classico, Jerzy e Oliena (Nepente di Oliena) sono le sottozone tipiche della DOC, mentre costituiscono gruppi a sé il Cannonau di Sardegna DOC e il Mandrolisai DOC.

CURIOSITÀ

Dalla Mesopotamia alla Sardegna

La storia del Cannonau è particolarmente interessante e, come in casi analoghi, frutto di incomprensioni e storie che vengono rielaborate con il tempo.

Fino a venti anni fa, infatti, era diffusa la tesi secondo la quale il Cannonau fosse in realtà un’uva importata dalla Spagna, dove sarebbe giunta dopo numerose peripezie, passando dalla Mesopotamia all’Egitto, alla Grecia e – grazie ai commercianti Fenici – fino alle sponde del Mediterraneo europeo.

I ritrovamenti di Burone hanno però evidenziato che quest’uva era già presente, e che non furono dunque gli spagnoli, nel corso del XV secolo (al tempo dei Giudicati) a portarla sull’isola dei Nuraghi. Anzi, probabilmente potrebbe essere avvenuto l’esatto contrario, o più semplicemente le due realtà, quella sarda e quella spagnola, avrebbero convissuto nelle rispettive zone per secoli.

Allo stesso modo, sappiamo che il Cannonau non è un’uva “esclusiva”, poiché alcune delle sue caratteristiche si ritrovano anche in uve italiane ed europee, al Tocai di Barbarano alla Vernaccia di Serrapetrona, fino alla Grenache o all’Alicante.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Robusto il vino, robusto anche l’abbinamento. Quando si porta in tavola il Cannonau non si può fare nessuno sconto: e no, non parliamo di etichette!

Perché questo è un vino corposo, ampiamente strutturato, che merita e richiede allo stesso tempo un abbinamento cibo-vino di rilievo. Fortunatamente, la cucina sarda non è scevra di sapori forti e decisi, soprattutto quando parliamo di secondi piatti.

La lunga tradizione di lavorazione delle carni gioca a nostro favore: perché dunque non pensare di servirlo con l’immancabile maialino, oppure con carni di selvaggina come il cinghiale, passando poi per le carni caprine e ovine dove a primeggiare è l’agnello.

Non mancano certo i formaggi giusti, in Sardegna, da servire in abbinamento al Cannonau: un Fiore Sardo DOP, con la sua pasta dura ma friabile oppure un Pecorino Romano, la cui lunga stagionatura sprigiona sapori e profumi dal forte impatto. 

Un menù completo? Antipasti misti con una selezione di salumi e formaggi stagionati. Come primo piatto, gli immancabili malloreddus alla campidanese. Selezione di carni alla brace per il secondo e per concludere in dolcezza pabassine (dolci di frutta secca) e pan’ è saba.

Cannonau

Assistenza

06 622 880 07

Dal Lunedì al Venerdì
9:30-13:30/14:00-18:00
assistenza@wineowine.com

Seguici

Parlano di noi

Manzoni bianco

Manzoni bianco

Le collezioni di Wineowine

Manzoni bianco

L'uva sperimentale del Trevigiano

Condividi le nostre storie

DOVE CI TROVIAMO

Nel cuore del Veneto (e non solo)

Il Manzoni bianco, che viene anche chiamato 6.0.13. è un vino tradizionalmente coltivato nell’intera provincia di Treviso, un territorio che – tra Conegliano e Valdobbiadene – è sicuramente avvezzo alla produzione delle uve da imbottigliamento.

Qui la sperimentazione di Luigi Manzoni ha trovato un territorio favorevole dove attecchire, ma proprio le caratteristiche ‘artificiali’ dell’uva lo rendono particolarmente adatto anche a terreni diversi, soprattutto se collinari.

La collezione Wineowine di vini prodotti da Manzoni bianco si estende infatti a produzioni provenienti da Toscana, Lombardia, Piemonte, Trentino-Alto Adige e Veneto.

vineyards of the Veneto valleys

LE DENOMINAZIONI

Come nasce il Manzoni?

Docente di scienze agrarie, sindaco di Conegliano nell’immediato dopoguerra, preside della Scuola enologica della cittadina veneta, sperimentatore tra i più apprezzati della storia del Novecento.

È il curriculum vitae di Luigi Manzoni, agronomo e appassionato di uve che, nel 1924, diede il via a numerose sperimentazioni che avevano come obiettivo quello di creare nuove uve da tavola e da vino.

Dal lavoro di Manzoni, durato oltre dieci anni, vennero ricavate numerose nuove varietà di uva, sia bianca che rossa, in grado di integrare le caratteristiche migliori di vitigni trevigiani e internazionali. Un “blend artificiale” che oggi viene evidenziato dal nome Manzoni, dall’aggiunta del colore e da un codice numerico di identificazione.

Ad aiutare il Manzoni in questo difficile, ma riuscitissimo compito ci fu l’accademico Giovanni Dalmasso, di origine piemontese, fondatore nel 1923 della Stazione sperimentale per la viticoltura. A lui si deve la pubblicazione, nel 1937, della Storia della vite e del vino in Italia, fondamentale opera che permette di comprendere le origini e lo sviluppo dell’enologia nel Bel Paese.

LE UVE

Gli incroci Manzoni

La produzione dei c.d. Vini Manzoni è spesso caratterizzata dalla presenza di due vitigni, uno italiano e uno internazionale, uniti tra loro per ottenere un risultato maggiormente adattabile sul territorio di produzione.

Ad esempio, il Manzoni bianco viene prodotto impiegando l’incrocio 6.0.13 con Riesling Renano e Pinot bianco; altra uva nostrana, la Glera, è impiegata nell’incrocio 2-15 con il Cabernet Sauvignon per produrre il Manzoni Rosso, mentre il Moscato (incrocio 13.0.25) include Raboso Piave e Moscato d’Amburgo.

CURIOSITÀ

Un vino di qualità

Soprattutto in Veneto, l’impiego delle uve Manzoni permette di realizzare vini di particolare importanza, come il Colli di Conegliano bianco DOCG, il Breganze Bianco DOC mentre in Trentino si produce l’omonimo Bianco DOC.

Si tratta di vini generalmente freschi, la cui componente zuccherina è assicurata dall’ottima resa delle uve, dalle quali si ricava una componente alcolica rilevante.

A titolo esemplificativo, un Monferrato DOC Matinè da 100% Manzoni Bianco raggiunge un titolo alcolometrico del 14% e un Manzoni Bianco IGT delle Dolomiti si ferma a 13,5%.

Tutti questi vini sono accomunati da sentori aromatici, colore giallo paglierino, note fresche che lo rendono adatto a una molteplicità di situazioni e abbinamenti.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Facile come bere un bicchiere… di vino! L’abbinamento cibo-vino del Manzoni Bianco può risultare quasi scontato, per la sua immediatezza e versatilità.

Se il bianco, ancor più del rosso, sta conoscendo un ritorno di fiamma tra gli amanti del buon bere, questo vitigno non deve certo stupire se può adattarsi a numerosi piatti.

Servito fresco, è un ideale compagno di aperitivi a base di formaggi poco stagionati, salumi freschi o crudité: provatelo soprattutto nella bella stagione, quando la sua sapidità rinfranca il corpo e lo spirito.

Entrando nel pieno del pasto, può facilmente essere servito vicino a zuppe di cereali, vellutate e creme di verdure oppure a primi piatti meno strutturati. Immancabile uno spaghetto alle vongole veraci o condito con pomodori datterini e basilico.

Per concludere il pasto, servitelo con delle polpettine di bollito aromatizzate o, in modo decisamente originale, con un lesso alla picchiapò, tipica ricetta di recupero romana.

Assistenza

06 622 880 07

Dal Lunedì al Venerdì
9:30-13:30/14:00-18:00
assistenza@wineowine.com

Seguici

Parlano di noi

Taurasi

Taurasi

Le collezioni di Wineowine

Taurasi

Dall'antica Grecia all'Irpinia

Condividi le nostre storie

DOVE CI TROVIAMO

Il vino dell'Irpinia

Con la denominazione di Taurasi si indica un vino rosso che viene prodotto, secondo il disciplinare, nella sola provincia di Avellino. Si tratta di quell’Irpinia, territorio storico, di cui tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta nella vita.

La sua vinificazione, che ha antichissime origini storiche – delle quali parleremo più avanti – si stabilisce in Campania numerosi secoli prima di Cristo, probabilmente su impulso delle popolazioni greche.

Qui trova un terreno fertile, tra rigogliose colline il cui clima mite è frutto della presenza riparatrice delle montagne tutt’intorno, mentre la relativa lontananza dal mare stempera le giornate più calde, anche in piena estate.

Una zona naturalmente ricca, perfetta per un vino di corpo e alta qualità.

a beautiful vineyard of Greco di Tufo wine, an excellent Italian white wine

LE DENOMINAZIONI

Una DOCG storica

L’istituzione della denominazione di origine controllata per il Taurasi risale al 1970, al culmine di un processo storico e produttivo che ha quasi trenta secoli sulle spalle.

Si tratta di una DOC che, ventitré anni dopo, è evoluta in una DOCG, a riconoscimento dell’estrema qualità di questi vigneti. Sebbene il disciplinare più recente imponga l’uso della denominazione Taurasi rosso, è con il nome proprio che è ancora oggi particolarmente conosciuto e apprezzato sulle tavole d’Italia.

Un vino che viene prodotto con una materia prima di altissima qualità, su terreni coltivati con tecniche più razionali, il guyot e il cordone speronato, che hanno sostituito la tradizionale alberata taurasina, di derivazione apparentemente etrusca.

Per la produzione del Taurasi si impiega un minimo dell’85% di uva Aglianico, con altri vitigni rossi fino a un massimo del 15% sul totale.

LE UVE

Aglianico che passione

Quintessenza dell’enologia del Mezzogiorno d’Italia, l’Aglianico è un’uva rossa che viene particolarmente coltivata in Campania, ma anche in Basilicata, Puglia e Molise. Sebbene abbia trovato terreno fertile anche oltreoceano, è nel Bel Paese che da il meglio di sé.

Vendemmia tardiva, grappolo piccolo ma resa eccezionale, viene impiegata per una vinificazione in purezza o con blend di uve che ne esaltano le caratteristiche.

È originaria della Grecia, dalla quale sarebbe stata importata nel corso del VII-VI secolo a.C.

Taurasi

CURIOSITÀ

Cenni di storia antica

Aglianico, cioè ellenico. Ovvero che proviene dalla Grecia. Potrebbe essere questa l’etimologia dell’uva che dà vita al Taurasi. Un vino che appunto affonda le sue radici nella Magna Grecia, la grande colonizzazione che gli ellenici fecero dell’Italia meridionale prima della progressiva espansione dell’Urbe su tutta la penisola.

Quest’uva, e di conseguenza il Taurasi, ha rappresentato un trait d’union tra l’Italia di ieri e di oggi, continuando a essere coltivata dai Romani, nel corso del Medioevo e del Rinascimento e in particolare nel corso dell’Ottocento, quando vennero riscoperti i vini dell’Irpinia poiché le loro uve non erano colpite dal dramma della filossera.

Taurasi viene dotata di una ferrovia per trasportare il vino a Napoli e in tutta Italia, e se ne producono fino a cento milioni di litri l’anno. Oggi si punta a una produzione ridotta sì, ma di altissimo valore enologico.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Non un vino da meditazione, ma piuttosto di compagnia. Il Taurasi è il perfetto accompagnamento per un pranzo o una cena di qualità, proprio come l’oro rosso che esce da queste bottiglie d’Irpinia.

Servito a temperatura ambiente (16-18 °C, 18 °C fissi per la Riserva), viene valorizzato in quelli che potremmo definire abbinamenti rustici, ovvero con primi piatti elaborati, grandi sughi di carne, selvaggina e formaggi.

Del resto la cucina campana non è scevra di piatti e ricette di questo tipo, che fanno da contraltare a un vino decisamente impegnativo ma che non delude mai. 

Volete qualche esempio? Provate il Taurasi con una frittata di maccheroni, street food nobilitato dalla tradizione partenopea, oppure osatelo con degli gnocchi alla sorrentina, una cremosa pasta e patate e infine godetevelo con una braciata di carne rossa accompagnata dagli immancabili friarielli.

Assistenza

06 622 880 07

Dal Lunedì al Venerdì
9:30-13:30/14:00-18:00
assistenza@wineowine.com

Seguici

Parlano di noi

Recioto di Soave

Recioto di Soave

Le collezioni di Wineowine

Recioto di Soave

Il dolce vino delle antiche Venezie

Condividi le nostre storie

DOVE CI TROVIAMO

Sulle colline di Romeo e Giulietta

Il Recioto di Soave, DOCG primigenea del Veneto nel bicchiere, ha un’areale di produzione limitato alla sola provincia di Verona.

Una città dalle profonde radici storiche, intorno alle quali il favorevole territorio mostra il suo legame con l’enologia aprendosi in spazi infiniti di vigneti e cantine, spesso con centinaia di anni sulle spalle.

Ed è proprio tra Soave, Monteforte d’Alpone, Mezzane di Sotto, Cazzano di Tramigna, Lavagno e pochi altri che si produce questo vino, al quale – come dice il nome stesso – si “arriva”. Ma di questo, ne parleremo tra poco.

grapes -grappoli d'uva bianca

LE DENOMINAZIONI

Una DOC diffusa

Bianco e dolce, il Recioto di Soave è un vino che ha reso grande servizio al bere veneto. È stato proprio lui, nel 1998, a essere scelto – primo tra tutti i vini del Veneto – per la Denominazione di origine controllata e garantita, la medaglia d’oro dell’enologia comunitaria.

Del resto, questo riconoscimento non valorizza solo il vino come prodotto finale ma una produzione decisamente particolare, che si avvale di una selezione rigorosa dei grappoli, un appassimento lungo sui graticci (lungo 4-6 mesi), una pigiatura delicata e una lunghissima fermentazioni in botti dedicate.

Per alcuni forse eccessivamente zuccherino, per altri un richiamo ideale a tempi e memorie passate, il Recioto è oro liquido allo stato puro, un vino che si adatta alla meditazione e che richiede un approccio metodico all’assaggio.

Adatto a tutti? Probabilmente no. Ma se si vuole conoscere e apprezzare il più elegante dei prodotti dell’enologia veneta (e veronese nello specifico), è difficile resistere al suo fascino.

LE UVE

Un 'blend' di uve

Per la produzione del Recioto di Soave il disciplinare ammette l’impiego di quattro diverse uve bianche, tutte con areale di produzione nel veronese.

Stiamo parlando, in ordine di quantità, della Garganega (70-100%), dello Chardonnay (fino al 30%), del Pinot Bianco (fino al 30%) e del Trebbiano di Soave (fino al 30%).

La preponderanza della Garganega contribuisce a un vino dolce, dalle note mandorlate e dal buon equilibrio zuccherino. Le altre uve contribuiscono all’armonicità e alla dolcezza del vino.

Recioto di Soave

CURIOSITÀ

Un vino che viene dal passato

Nel 537, Cassiodoro – prefetto di Vitige per il regno ostrogoto d’Italia – scrive ai tribuni veneziani, ovvero a coloro che, quasi 1500 anni fa, erano delegati a controllare la Laguna. A quel tempo, in realtà, con l’espressione “veneziano” si intendeva una qualsiasi persona che abitava l’intera parte alta dell’Adriatico, da Ravenna fino all’Istria.

Le colline di Verona, in quell’anno, avevano prodotto tantissimo vino e altrettanto olio, che sarebbe dovuto giungere fino a Ravenna, la capitale del Regno. Nel richiedere quei tributi, Cassiodoro parlò con tono entusiasta di Venezia e del Veneto, del suo vino prezioso che, come ci insegnano gli storici, poteva già corrispondere al Recioto di Soave.

Probabilmente, o forse certamente, la vinificazione a quel tempo era diversa da come la conosciamo oggi. Fatto sta che un vino rosso e uno bianco, molto simili ai Soave d’oggigiorno, esisteva già e faceva bella mostra di sé sulle tavole dei potenti.

L’acinatico bianco, ovvero il progenitore del Recioto che beviamo adesso, era prodotto con uva Retica, che veniva fatta appassire in casa per tutto l’inverno, in modo da aumentarne la quota di zuccheri. 

Tracce del Recioto ‘moderno’ sono raccolte in documenti di Scipione Maffei (XVIII secolo) e Giuseppe Beretta (1841): è quest’ultimo a parlare, anche se impropriamente, di vivo liquore.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Conoscete l’espressione vino da meditazione? Significa un vino che non ha bisogno di abbinamenti per essere degustato, e quindi può essere bevuto in purezza. Il cliché del calice girato davanti al caminetto acceso in inverno collima perfettamente con il Recioto di Soave, un vino che dà il meglio di sé da solo.

Eppure, questo carattere solitario del Recioto non esclude, qui e lì, qualche abbinamento di livello, particolarmente con prodotti che vengano esaltati dalle sue note dolci e avvolgenti.

La pasticceria veronese ben si presta allo scopo, soprattutto con la fugassa o le crostate a base di frutta. In generale, si tratta di dolci… poco dolci, che preferiscono sostituire la nota zuccherina con la frutta, sia fresca che secca.

Ecco perché lo si può abbinare facilmente anche ai dolci pugliesi e siciliani a base di pasta di mandorla, mentre chi preferisce puntare sulla prima parte del pasto lo troverà adatto per un’unione di scopo con formaggi erborinati, paté di fegato, chips di zucca alla cannella o finger food lievemente piccanti.

Aromaticità, dolcezza non stucchevole e ricerca dell’alternativa: sono questi i dettami del perfetto abbinamento cibo-vino del Recioto di Soave. 

Recioto di Soave

Assistenza

06 622 880 07

Dal Lunedì al Venerdì
9:30-13:30/14:00-18:00
assistenza@wineowine.com

Seguici

Parlano di noi

Ribolla Gialla

Ribolla Gialla

Le collezioni di Wineowine

Ribolla Gialla

Una tradizione che viene dal Friuli

Condividi le nostre storie

DOVE CI TROVIAMO

Il vino dell'Adriatico

La produzione della Ribolla Gialla, storica uva del Friuli-Venezia Giulia dal quale si ricava l’omonimo vino a Denominazione di origine controllata, non è in realtà limitata alla regione più ‘internazionale’ d’Italia.

Vigneti coltivati a Ribolla si trovano infatti anche nella vicina Slovenia, che ne condivide gran parte delle caratteristiche pedoclimatiche, ma anche a Cefalonia, una delle più grandi isole della Grecia, situata nel novero delle Isole Ionie.

In Slovenia, la Ribolla viene chiamata Rebula, ma il significato – e le specificità – differiscono davvero di poco.

Ribolla gialla

LE DENOMINAZIONI

Una DOC diffusa

Dalla Ribolla Gialla si ricavano diversi vini da tavola, ma anche due referenze che hanno ottenuto, rispettivamente nel 1970 e nel 1990, la Denominazione di origine controllata.

Stiamo parlando del Colli Orientali del Friuli Ribolla e del Collio Goriziano Ribolla. Questi due vini, la cui produzione è limitata in maniera specifica alle ex-province di Udine e Gorizia, si caratterizzano per il colore giallo paglierino intenso, il sapore asciutto e l’odore floreale.

Sono vini che, nonostante un titolo alcolometrico mediamente basso (circa 11%) rappresentano al meglio un carattere deciso ed essenziale dell’enologia Friulana. 

Lo fanno anche grazie ai gustosi abbinamenti cibi-vino, nonché con una storia che, secondo fonti accreditate, avrebbe origini molto lontane.

Un vino che predilige un terreno per certi versi aspro, mediamente argilloso, tipicamente collinare e che, al risultato finale, premia con toni piacevolmente freschi.

LE UVE

L'Uva Ribolla

La Ribolla gialla, dalla quale si ricavano i vini del goriziano e delle colline di Udine, è un’uva di piccole dimensioni, che si presenta con grappoli piuttosto compatti e tipicamente più stretti in basso (forma piramidale).

Si tratta di un’uva sì dolciastra, ma con un tono lievemente acidulo, che ha una maturazione media (non tardiva, né primizia) e dal quale si ricava un vino parimenti acidulo e fruttato.

CURIOSITÀ

Un vino che viene dal passato

La produzione della Ribolla gialla e la sua diffusione in Friuli-Venezia Giulia pare che abbia avuto origine lungo la costa adriatica d’Oriente.

Slovenia sì, ma forse anche la Grecia: sono da ricercare qui le origini di quest’uva, che i veneziani – grandi commercianti e sempre più potenti nell’Adriatico durante i secoli – importarono nei loro domini probabilmente già nel XII secolo.

Ribolla in Italia, rebula in Slovenia e Robola in Grecia: da uno studio approfondito del 2012 si è accertato che le varianti italiane e slovene sono pressoché identiche, mentre le uve greche differiscono per alcuni marcatori specifici. Sarebbe dunque un’uva forse simile, magari con origine comune, ma differenziatasi nel corso del tempo.

I vini del Collio erano in ogni caso apprezzati già in passato, come riportano delle fonti tedesche del XIV secolo, nelle quali la Ribolla viene impropriamente chiamata Rainfald.

ABBINAMENTO CIBO-VINO

Dall'antipasto al dolce

Vino fresco, con delle note che lo associano istintivamente alla bella stagione: ecco la Ribolla gialla, frutto ‘allegro’ del Friuli-Venezia Giulia nel bicchiere.

Servito a temperature mediamente basse, il suo range di abbinamenti cibo-vino è piuttosto ampio, e trova giovamento dalla certa varietà della cucina friulana, fatta di ricette internazionali e prodotti tipici locali. Lo si può facilmente servire infatti con dei piatti di pesce, cominciando dalle crudité o magari giocando con le note sapide delle ostriche e dei tartufi di mare.

Validissimo anche l’abbinamento con le specialità a base di funghi, a partire dai primi piatti (pappardelle ai porcini, ravioli tartufati e così via) e virando sulle zuppe o le vellutate, prelibatezze che riscaldano il cuore e lo stomaco nei mesi invernali ma che possono essere portate in tavola anche in variante più raffinata.

Pesce bollito o in salsa? Sì, anche lui è facilmente abbinabile alla Ribolla gialla, vino certamente flessibile che ben si presta a sperimentare negli abbinamenti. A voi la scelta!

 

Ribolla Gialla

Assistenza

06 622 880 07

Dal Lunedì al Venerdì
9:30-13:30/14:00-18:00
assistenza@wineowine.com

Seguici

Parlano di noi