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Lombardia in tavola: cucina e vini

I sapori della Lombardia in tavola e i vini giusti per gustarli

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La cucina lombarda traccia le sue radici storiche in origini antichissime, addirittura risalenti al periodo dei Celti. Proprio in quel periodo si prepara il Cuz, ovvero uno spezzatino di carne di pecora e grasso che è ancora oggi tipico della Val Camonica.

Questo territorio, grossomodo corrispondente alla provincia di Sondrio, è foriero di grandi gioie per quanto riguarda i gourmand. Il clima freddo di montagna, l’ottima ricchezza di materia prima e l’ingegno delle cuoche di un tempo ha fatto sì che i camuni possano vantarsi anche in epoca contemporanea di una tradizione del gusto tra le migliori d’Italia.

Gli immancabili casoncelli (pasta ripiena condita con formaggio ed erbe varie), gli involtini di verza detti capù e gli ottimi formaggi (particolarmente mascherpa, casatta e casolet) fanno di questa zona l’ambasciatrice dei sapori dolomitici lombardi.

La cucina lombarda, tra riso e ossobuco

Quando si pensa al mangiare tra Milano e le sue province vicine lo stereotipo vuole che si limiti il menù dei meneghini al solo risotto allo zafferano e alla cotoletta, variazione della Wiener Schnitzel introdotta all’ombra del Duomo dalla dominazione austroungarica.

La cucina milanese è invece ricca di ricette uniche, spesso poco conosciute. È il caso della trippa alla milanese, che a differenza della variante capitolina prevede l’aggiunta di fagioli, carote e sedano.

Storicamente gli abitanti di Milano venivano chiamati proprio busecconi, ovvero mangia trippa, per sottolineare l’importanza del piatto nella cucina popolare.

Se a Pavia e provincia è molto diffusa l’abitudine di consumare gli agnolotti (ripieni di stufato e conditi con carne e formaggio), Cremona è celebre – oltre che per il torrone – per i suoi tortelli di zucca. Si tratta di una derivazione tipicamente emiliana, dove ancora oggi la pasta ripiena di zucca è tipica, ad esempio, del ferrarese.

Se la carne è molto diffusa, spazio trova anche il pesce grazie alla presenza dei vari laghi, particolarmente il Garda, sulle cui sponde si consuma un ottimo risotto alle tinche (a differenza del comasco, dove è preferito il pesce persico).

Sempre il Garda è zona di provenienza di molte delikatessen, dall’olio d’oliva ai limoni, mentre i dolci tradizionali (panettone e colomba) sono tipicamente milanesi.

Vini lombardi, tra tradizione e innovazione

Se la produzione vinicola italiana è generalmente rinomata per i vini toscani, veneti e marchigiani, non sarebbe onesto ignorare la ricchezza del vino lombardo.

Amplissimi territori, condizioni climatiche spesso molto favorevoli (basti pensare all’Oltrepo’ Pavese) e una cultura secolare del vitigno rendono ancora oggi questi vini un sicuro elemento di interesse per gli appassionati del calice.

Proprio dalla sponda pavese del fiume più lungo d’Italia provengono i vini biologici/vegani dell’azienda agricola La Piotta. Riesling, Brut millesimati e Chardonnay si adattano agli antipasti e alle ricette di pesce di un territorio fortemente eterogeneo.

La Valtellina, territorio di montagna dove primeggiano la polenta e i formaggi, risponde con il Rosso di Valtellina e il Valtellina Superiore di Tenuta Scerscé, da uve di Nebbiolo Chiavennasca. Vini corposi e al contempo delicati, adatti per i primi piatti di pasta o i secondi di carne.

La bergamasca conclude il viaggio nei vini della Lombardia con Le Corne, azienda incentrata su Chardonnay, Pinot e Merlot che vengono lavorati sia in acciaio che in legno, per affinare delle uve all’insegna di acidità e freschezza.

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Elogio del Passito di Pantelleria

passito di pantelleria

Passito di Pantelleria
Elogio di un vino "dell'Umanità"

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Il passito di Pantelleria è un vino che, per le sue particolari caratteristiche – organolettiche, geografiche e d’uso – non può essere limitato a una descrizione sommaria. Né si può pensare di parlarne senza dapprima accennare alla realtà del vino passito, che costituisce un unicum nella produzione enologica nazionale.

Prima di parlare dell’eccellenza che proviene da questa bella isola, quindi, è bene fare un excursus sul luogo di provenienza e su quei passiti siciliani che il pubblico sembra apprezzare con sempre maggiore rilievo.

Vino passito: che cos’è e come si produce

Quello che può sembrare un vino particolare, avulso alle regole della vinificazione standardizzata, è invece un normale frutto delle vigne che subisce un trattamento specifico della materia prima.

I vini passiti, come appunto il vino di Pantelleria e gli altri passiti siciliani, vengono infatti realizzati partendo da acini d’uva che sono sottoposti a un appassimento (e dunque alla disidratazione) forzato. Questo può avvenire in due modi principali:

  • Tramite appassimento naturale, ovvero con permanenza oltretempo dell’acino sulla pianta
  • Tramite appassimento naturale, ovvero con disidratazione in ambienti aperti (al sole) o chiusi (con condizioni igrometriche controllate)

Nel caso del passito di Pantelleria, anche al fine di valorizzare l’ambito climatologico dell’isola, l’appassimento viene fatto all’aperto lasciando che gli acini perdano progressivamente acqua. Ciò avviene sia prima che dopo la raccolta, con l’obiettivo di incrementare il contenuto zuccherino del vino.

Come nasce il passito di Pantelleria

La produzione del passito di Pantelleria ricade all’interno di una tradizione culturale che ha millenni di storia alle spalle. Proprio per questo, nel 2014 l’UNESCO ha deciso di inserire tra i Patrimoni immateriali dell’Umanità la Pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello, tipica dell’isola di Pantelleria.

La vite ad alberello, o vite pantesca, ha una forma e una metodologia di coltivazione uniche. Si tratta infatti di utilizzare delle viti che, riparate in conche nel terreno, possano facilmente resistere agli estremi climatici tipici dell’isola. Per contro, l’ottima esposizione solare di cui Pantelleria beneficia rende possibile la vendemmia con tempi ampiamente anticipati rispetto al resto d’Italia.

Si inizia infatti a fine luglio, togliendo dalle viti le uve Zibibbo. Queste, di chiara e comprovata origine africana – l’altro suo nome è infatti moscato d’Alessandria d’Egitto – sono particolarmente ricche in tenore zuccherino. Se ne ricava un vino dal titolo alcolometrico alto, di colore giallo paglierino dorato e dal profumo peculiare.

Tutto quello che c’è da sapere sul passito di Pantelleria

Temperatura di servizio

Rispetto ai vini bianchi tradizionali, è preferibile per il passito di Pantelleria temperatura più alta. Generalmente si va dai 16 ai 18 gradi centigradi, dunque la bottiglia può essere facilmente conservata a temperatura ambiente, in un luogo fresco e riparato, al lontano dalla luce diretta.

Abbinamenti cibo – vino

Quando si porta in tavola, il passito di Pantelleria ha abbinamenti tradizionali e più azzardati ovvero innovativi. È il caso della pasticceria secca, particolarmente quella a base di mandorle tipica del mangiare siciliano (biscotti della monaca, reginelle e buccellati). Valida anche la scelta dei formaggi freschi come la ricotta o di quelli erborinati. 

Se si guarda oltre i confini nazionali, infine, se ne potrà valorizzare l’abbinamento con il foie gras (fegato d’oca).

Passito di Pantelleria prezzi

Le particolari tecniche di produzione del passito di Pantelleria suggeriscono un posizionamento economico che è superiore rispetto alla media dei vini prodotti sul territorio nazionale.

La commercializzazione avviene, in linea generale, all’interno di bottiglie da mezzo litro. In questo senso, il costo medio si aggira intorno ai 30 euro, come nel caso del Passito di Pantelleria DOC Lunantes 2016, prodotto dalla cooperativa agricola Il Serralh, in un contesto paesaggistico e panoramico tra i più belli dell’intera isola siciliana.

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Pandoro e panettone: quali vini è giusto abbinare?

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Pandoro e panettone: quale vino si abbina?

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Da Milano e da Verona arrivano i due dolci “per eccellenza” del Natale. Con quale vino è giusto abbinarli in occasione delle festività? Te lo svela Wineowine!

La storia del panettone è antichissima, e risale almeno al Cinquecento. Il suo nome deriverebbe da quello di Toni, un pasticcere che – con un pizzico di creatività – riuscì a trasformare i pochi ingredienti a sua disposizione in un pane dolce lievitato che sarebbe diventato uno dei simboli del Natale.

Il pandoro sarebbe invece addirittura di epoca romana. Ce lo racconta Plinio il Vecchio, che testimonia l’esistenza di un panis preparato dal cuoco Virgilio Stefano Seneca con pochi ingredienti: farina, burro e olio. Furono però i veronesi, a fine Ottocento, a trasformarlo mutuando la ricetta del nadalin.

Esistono oggi delle vere e proprie “fazioni” a favore dell’uno o dell’altro dolce natalizio, ma qualsiasi sia la scelta è difficile resistere a queste golosità durante ogni momento della giornata, già a partire dalla colazione.

Se lo si preferisce come conclusione di un pasto, oppure per accompagnare le lunghe giornate festive in compagnia di amici e parenti, si può pensare anche di servirlo insieme a un buon calice di vino. La scelta però va ponderata con attenzione: meglio un bianco o un rosé? Le bollicine sono ammesse?

Scopriamo insieme come abbinare il vino a pandoro e panettone.

I migliori vini per il pandoro

Il pandoro è un dolce laborioso, dal sapore dolce e “grasso” grazie alla presenza generosa del burro. Per questo motivo ha bisogno di un tipo di vino che riesca ad esaltare i suoi sapori senza tuttavia coprirli.

La scelta può dunque ricadere, a piacimento, su tre tipologie di vini: un rosso liquoroso (come il Porto o il Marsala), un bianco passito o delle bollicine (Champagne o Spumante che esso sia).

Wineowine ti consiglia un passito piemontese, la Malvasia di Casorzo DOC della Cantina di Casorzo. Un vero e proprio nettare, coltivato in media collina, da abbinare tanto alla pasticceria quanto ai formaggi stagionati. Molto interessante anche l’abbinamento con il vino marchigiano Passerina “Clelia” di Terra Fageto: di colore giallo luminoso, ha un perlage fine e in bocca risulta piacevole e delicato.

I migliori vini per il panettone

Armonia o contrapposizione? La scelta nell’abbinamento tra vino e panettone può giocarsi su due fronti diametralmente opposti. Se si vuole puntare su un carattere simile, un matrimonio di convenienza che soddisfi tutti, si può optare infatti per una Vernaccia, che riesce a valorizzare tutto il bouquet di sapori che scaturisce dal tipico dolce meneghino.

Risultato simile lo si ottiene, anche in questo caso, con il Passito. Il più conosciuto arriva dall’isola di Pantelleria, da dove arriva il Lunantes DOC 2016 dell’azienda vinicola Il Serralh, caratterizzato da note dolci e fresche, con sensazioni di frutta fresca ed erbe aromatiche.

Rimanendo nell’Italia continentale vale la pena sperimentare un incontro con il Vin Santo DOC dei Colli dell’Etruria di Villa Corliano. Dalle belle tonalità dorate è decisamente persistente e viene fermentato per ben cinque anni in piccoli caratelli lignei da massimo 100 litri.

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I migliori vini per il Natale

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I migliori vini per il Natale

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Le feste si avvicinano, e con esse il rituale brindisi intorno alla tavola. Che sia con amici e parenti, il vostro cenone avrà bisogno di un buon vino. Ecco quale scegliere (e perché)

Natale fa rima con cibo. Non c’è bisogno di girarci intorno o negare l’evidenza: a tutti piace mangiare, soprattutto quando le feste ci indulgono a essere più restrittivi del solito. Ogni regione, ma persino ogni città ha poi le sue abitudini gastronomiche specifiche: nel Centro e Sud Italia il cenone della Vigilia è “di magro” (ovvero non si consumano piatti a base di carne), mentre per altri la vera cena è quella del 25 dicembre.

Che si sia tradizionalisti o innovatori, il risultato non cambia: dalla Vigilia a Santo Stefano, e poi nuovamente per Capodanno, ci si ritrova intorno alle tavole imbandite di mille prelibatezze. Spesso i menù prevedono parecchie portate tra carne, pesce, pasta e verdure, senza dimenticare ovviamente i dolci.

Come ogni buon sommelier ci insegna, è importante essere pronti ad accompagnare per ciascuna ricetta un vino specifico, che esalti senza coprire i sapori dei piatti. Allo stesso tempo però il vino deve emergere in tutte le sue caratteristiche, dando merito all’abbinamento cibo-vino.

Per farlo, Wineowine ti propone una selezione di vini della sua cantina delle eccellenze italiane, con l’abbinamento consigliato e alcune note d’uso che ti saranno utili per stupire i commensali. Oppure, molto più semplicemente, per un regalo che non lasci… a bocca asciutta!

Toscana Rosso Supertuscan 2013

Quella del 2013 è stata per gli esperti un’ottima annata, favorita da buona piovosità e temperature che si sono mantenute calde ma non bollenti. È proprio per questo che la Cantina Contemaso propone il suo Supertuscan (un sapiente mix di uve Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot) per accompagnare il pranzo di Natale.

L’importante titolo alcolometrico (14,5%) ne raccomanda il consumo con arrosti, carni alla brace e formaggi stagionati. Va servito a 16-18 °C massimo, dopo averlo lasciato decantare per almeno mezz’ora.

My Time 2013

Un’interpretazione più leggera della stessa grande annata ce la propone Scarbolo, tenuta friulana con il suo My Time, il mio tempo. Proprio come il tempo delle feste, questo bianco affinato per 24 mesi (12 in botti di rovere, 12 in acciaio) è un’esplosione di qualità e sapore, frutto dell’impiego di tre uvaggi diversi: Chardonnay, Sauvignon e Friulano.

Da servire appena fresco, questo vino ha una certa nobiltà nel bicchiere: va servito con piatti dai sapori delicati, come ad esempio dei primi di pesce o degli antipasti à la main.

Sagrantino di Montefalco DOCG 2015

Montefalco è uno dei Borghi più belli d’Italia. Le sue morbide colline, nel basso perugino, sono avvolte da un clima continentale che porta con sé buone escursioni termiche.

Condizioni ideali per lo sviluppo di due eccellenze dell’enologia nostrana: il Montefalco rosso e il Sagrantino di Montefalco. Proprio quest’ultimo è proposto dall’azienda vinicola Bocale nella sua annata 2015, la più produttiva del decennio.

Un vino per palati allenati, complice anche una alcolometria a 15,5%, da servire dopo una lunga decantazione come accompagnamento di cacciagioni e salse strutturate.

Spumante Bianco Brut “Jungle Wine”

Ogni pranzo (o cena) che si rispettino non possono che includere delle bollicine.

Tenuta Baròn, nome ricorrente nella narrazione vinicola del Veneto, risponde a questa richiesta con un’idea classica dal twist originale: uno spumante in metodo charmat di uva 100% Glera, dalla sfacciata etichetta a decorazioni tropicali, dove i colori di una cocorita tropicale campeggiano su fondo azzurro.

Tre quarti di litro, dal colore giallo paglierino brillante, da servire freschissimo per accompagnare gli antipasti o, perché no, concedendosi un aperitivo che fa da apripista alla tavola festiva.

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Vino e musica? Con Wine Listening si può abbinare la musica al vino

Wine Listening: l'app che abbina il vino alla musica

Quando si pensa ad una serata perfetta, che sia con gli amici, con la famiglia o con il proprio amore

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Quando si pensa ad una serata perfetta, che sia con gli amici, con la famiglia o con il proprio amore, ci sono alcuni elementi che non devono mancare: il vino e la buona musica.

Cosa c’è di meglio quindi di un unione studiata di questi due elementi? Wine Listening è una nuova applicazione, nata dal lavoro di una Start-up, che consente di trovare l’accoppiata perfetta grazie ad una gestione di 2.5 milioni di vini, 1600 vitigni e ovviamente un’ampia selezione musicale. Basta scattare una foto all’etichetta del vino, avere Spotify e l’applicazione farà il resto del lavoro, proponendo la canzone più adeguata!

Un’idea geniale pensata dal sommelier Gabriele Cedrone e dal mobile engineer Marco Iacobelli. L’algoritmo basa la sua funzionalità sul metodo Spence, in questo modo può sempre trovare la canzone più adatta attraverso venti parametri differenti che analizzano ogni tipicità e caratteristica del vino.

Nulla è lasciato al caso, anche i brani sono catalogati per frequenza, genere, tonalità.

Ecco dunque una selezione di vini della Cantina Bastianelli che permette, grazie alle differenze organolettiche, alle caratteristiche differenti e all’accurata produzione, di sperimentare questa applicazione innovativa.

Bastianelli – “Ribelle” Falerio Pecorino – Bianco

Questo vino dal sapore floreale che richiama le intensità della camomilla, della nespola e dell’uva ha un colore giallo paglierino e deriva da un affinamento in acciaio inox di 9 mesi. Prodotto con uvaggio 100% pecorino dalla regione delle Marche, con la sua gradazione alcolica si presta in modo perfetto per un pranzo con amici, una cena speciale o una serata all’aperto. Fresco, da bere subito, giovane e gradevole. Si sposa alla perfezione con antipasti, pesce e anche carne. Nel calice è intenso, variegato, con note aromatiche che sono connotate da una forte brezza di salvia.

Bastianelli – “Quiete” Piceno – Rosso

Un vino rosso dal sapore complesso e strutturato, con venature intense e un sentore di frutta maturata sotto spirito. Sublimato in acciaio inox e bottiglia per sei mesi, deriva da un mix di Montepulciano e Sangiovese nelle percentuali dell’80% e 20%. Questo connota la sua denominazione di Rosso Piceno DOC delle Marche, con un colore e un gusto ineguagliabili. Un vino da bere subito, maturo, perfetto per una cena importante, un incontro romantico o per un evento sorprendente. Il vino è morbido e strutturato al tempo stesso, con un gusto di frutta rossa che lo rende perfetto come abbinamento a piatti corposi e particolarmente ricchi.

Bastianelli “Niamh” Passerina IGT – Bianco

Un vino bianco dal sapore floreale, con sentori di camomilla e frutti gialli che si presenta con un vivido colore paglierino. L’affinamento, avvenuto con pressatura in acciaio a temperatura controllata, permette di ottenere un vino di gradazione 12.5%. Questa passerina è l’ideale per un aperitivo a pranzo, una cena speciale, una serata all’aperto con le sue note erbacee. Fresco e profumato, si abbina egregiamente agli antipasti, all’aperitivo ma anche al pesce. Si tratta di un vino molto fresco, semplice nel suo gusto eppure notevole, molto gradevole nelle sere d’estate o per un buffet, un banchetto non eccessivo.

Bastianelli “Cretico” Marche Malvasia – Bianca di Candia

Questo vino bianco è agrumato, forte, con note di frutta gialla persistente, merito dell’affinamento di 6 mesi in batonnage. Deriva da un vigneto Malvasia di Candia delle Marche, ideale per una cena importante dove è richiesta la presenza di un buon vino bianco. È giovane, fresco, sublime al palato. Ha un profumo intenso e note floreali, sapido si sposa perfettamente con il pesce e le carni bianche, accompagna bene anche una pasta non troppo pesante. Un vino bianco che funziona a tavola e che mette d’accordo tutti gli ospiti con la sua presenza nel bicchiere e con la sua corposità al palato.

Bastianelli “Chiave di Volta” Marche Merlot IGT – Rosso

Questo vino rosso dai sapori fruttati con sentori di mora e prugna si presenta con un colore rosso rubino dato dall’affinamento in acciaio inox e bottiglia di almeno sei mesi. Un vino merlot corposo, derivante dalle Marche, perfetto per una cena che vuole farsi ricordare. È maturo, da abbinare con carne o con pasta, è semplice ma allo stesso tempo di impatto con la sua florealità evidente. I sentori di amarena, i toni luminosi e quel pizzico di pepe lo rendono molto gradevole. Si beve bene, è rotondo e fresco, non pesante. Un vino rosso perfetto per essere abbinato anche ad una tavola particolarmente pesante poiché, data la sua struttura, riesce ad esaltarne il sapore in modo concreto, facendosi persistente e stemperando il gusto delle pietanze.

Ecco dove trovare tutti i prodotti della Cantina Bastianelli su Wineowine

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Il mondo e i segreti dei cavatappi, i migliori amici del sommelier

Il mondo e i segreti dei cavatappi: i migliori amici dei sommelier

Il mondo e i segreti dei cavatappi, i migliori amici del sommelier

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Considerato probabilmente lo strumento più importante per la degustazione del vino, il cavatappi è un dispositivo di varia foggia, il cui ruolo è quello di asportare il tappo dal collo della bottiglia di vino.

Il meccanismo per azionarlo comprende una vite autofilettante che deve venire infilata nel turacciolo e a cui viene applicata una forza traente finalizzata all’apertura del contenitore.

Oltre ai modelli utilizzati comunemente, ne esistono anche altri speciali per sommelier, che sono dotati di requisiti particolari e molto più raffinati.

Storia del cavatappi

Esiste un Museo dei Cavatappi, localizzato a Barolo, dove sono esposti più di cinquecento esemplari di questo prezioso strumento, che ripercorrono la sua storia a partire dal 1600 fino ai nostri giorni.

Anche se i primi modelli di cavatappi furono forse ideati intorno al 1400, il brevetto che conferma l’esistenza di un cava-turaccioli in sughero risale al 1795 e si riferisce all’invenzione di un inglese.

Bisogna considerare che, fino al diciottesimo secolo, il vino non veniva imbottigliato, ma era servito nelle caraffe che si riempivano direttamente dalla damigiana oppure dalle botti.

Dopo il brevetto inglese, anche qualche appassionato enologo francese si cimentò nella ideazione di una nuova tipologia di questo dispositivo, progettando il tradizionale modello a farfalla, che ancora oggi viene ampiamente utilizzato.

Intorno al 1860, anche negli Stati Uniti ebbe inizio la diffusione dei primi cavatappi, di cui non si conosce con esattezza il modello.

In Italia l’impiego di questo strumento si diffuse in questo periodo; risale infatti al 1864 il brevetto di un cavatappi a cremagliera, che fu approvato da un Regio Decreto.

Da allora questo piccolo dispositivo è diventato indispensabile per tutti coloro che amano bere vino imbottigliato con tappi di sughero.

Modelli di cavatappi

– Cavatappi a leva e a doppia leva

Considerati tra i più comuni attualmente in uso, i cavatappi a leva sono di certo quelli maggiormente utilizzati sia per l’estrema semplicità d’impiego sia per le dimensioni molto ridotte.
Il loro meccanismo di funzionamento prevede l’inserimento della vite all’interno del tappo in sughero e la successiva trazione, che deve essere eseguita con una certa forza.
Anche se necessitano di un minimo di esperienza e di abilità, questi strumenti sono molto affidabili e difficilmente creano problemi.
La tipologia a doppia leva è la preferita dai sommelier, che hanno bisogno di affidarsi a un dispositivo versatile e sicuro.
L’unico svantaggio derivante dall’impiego di questi cavatappi è riscontrabile con le bottiglie invecchiate, dato il tappo in sughero potrebbe rimanere offeso dalla modalità invasiva d’inserimento della vite.
Per non rischiare di rompere il tappo è necessario agire con lentezza soprattutto durante la fase di estrazione del tappo, per non contrastare troppo le forze d’attrito tra vetro e sughero.

– Cavatappi a leva

Meno diffuso del precedente, soprattutto per le dimensioni decisamente maggiori, questo modello funziona inserendo il collo della bottiglia in uno specifico alloggiamento dell’apparecchio e poi sollevando manualmente una leva.
Il principale vantaggio del cavatappi è quello di ridurre al minimo lo sforzo fisico e di potersi adattare a qualsiasi bottiglia, anche se tutto il rito dell’apertura del vino viene annullato.

Cavatappi a leva

– Cavatappi a farfalla

Conosciuto anche come cavatappi campagnolo, questo modello è quasi certamente il più antico esistente in quanto molte citazioni ne riportano la presenza nei secoli scorsi.
Grazie al suo meccanismo facilissimo, esso può essere utilizzato con sicurezza anche dai neofiti.
Dopo aver inserito il vermiglione all’interno del tappo e avere atteso che le due leve laterali si siano alzate, si procede portandole verso il basso per sollevare il tappo e farlo uscire dal collo della bottiglia.
La lunghezza del vermiglione è stata pensata per non forare mai la parte bassa del tappo, eliminando il rischio di caduta di sughero nel vino.
Oltre al modello artigianale ne esistono altri più perfezionati che vengono preferiti dai sommelier e che prevedono la presenza di una campana telescopica autocentrante in grado di porre la vite esattamente nel centro del turacciolo.

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Il vino bianco anche in inverno? Ecco quali scegliere

Bere il vino bianco nei mesi più freddi? I consigli di Wineowine

Il vino bianco anche in inverno? Ecco quali scegliere

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Tradizionalmente il vino bianco viene considerato come la scelta ideale per la stagione calda in quanto il suo sapore decisamente più leggero e fresco rispetto a quello dei corposi rossi si associa molto bene ai climi afosi. Un calice di bianco freddo rappresenta di solito il leit-motiv dell’estate.

In realtà i vini bianchi, grazie alle loro caratteristiche organolettiche, si adattano benissimo anche alle temperature rigide, soprattutto in abbinamento ad alcuni piatti tipicamente invernali.

Perché bere vino bianco in inverno

Il famoso detto “buon vino fa buon sangue” si riferisce ai requisiti di questa bevanda che, oltre a favorire la vasodilatazione, contribuisce a potenziare le difese immunitarie combattendo le infezioni batteriche e virali, tipiche dei mesi freddi.

Grazie alla presenza di composti antiossidanti, il vino bianco combatte le presenza dei radicali liberi, responsabili di numerosi disturbi che si manifestano principalmente durante la stagione invernale.

Tutto il vino in generale, e anche quello bianco è in grado di combattere la moltiplicazione di agenti patogeni, come batteri e virus, che provocano l’insorgenza di disturbi stagionali, frequenti soprattutto quando le temperature si abbassano.

In alcuni casi il vino bianco si è confermato un efficace rimedio contro le sindromi articolari e artrosiche, in conseguenza dell’elevata concentrazione di minerali presenti nella sua composizione.

L’inverno è la stagione durante la quale si scende volentieri in cantina, per prelevare bottiglie di vino che magari sono state messe da parte proprio per la stagione fredda.

Infatti un buon bianco bevuto a temperatura ambiente è in grado di riscaldare tutto l’organismo in seguito al processo di dilatazione dei vasi sanguigni che aumentano l’apporto di sangue nei vari distretti del corpo.

In particolare durante le ricorrenze natalizie, i ricchi menù spesso a base di pesce richiedono l’abbinamento con vini bianchi; inoltre per festeggiare il nuovo anno la scelta obbligata è quella di gustare un calice di spumante, il cui consumo aumenta notevolmente nel periodo invernale.

A causa delle condizioni climatiche fredde, il metabolismo subisce notevoli cambiamenti e l’organismo mostra una maggiore richiesta di calorie da introdurre con l’alimentazione.
Niente di meglio di qualche bicchiere di vino bianco che assicura un potenziamento del metabolismo senza appesantire l’apparato digerente.

Come scegliere un vino bianco per l’inverno

Per le rigide giornate invernali non è certamente indicato un vino bianco freddo, che non farebbe altro che potenziare la sgradevole sensazione di gelo; molto meglio optare per un corposo Pinot Grigio oppure uno Chardonnay, in grado di offrire calore e pienezza.

Anche se generalmente i vini rossi vengono consigliati per pietanze a base di carne e quelli bianchi per ricette di pesce, per le carni di pollo, suino e coniglio sono adattissimi i bianchi, che possono essere scelti in base alle personali preferenze.

Nonostante il vino bianco sia preferibilmente bevuto freddo, durante la stagione invernale è sufficiente servirlo fresco, magari appena prelevato dalla cantina, per evitare un brusco abbassamento termico di tutto l’organismo.

Bere vino bianco nei mesi più freddi? Si può!

Le migliori proposte di vini bianchi

Per scegliere un vino bianco adatto anche alle temperature invernali è necessario selezionare tra le migliori proposte che Wineowine mette a disposizione di consumatori particolarmente attenti alla qualità dei prodotti.

– Vermentino Maremma Toscana, Poderi Bandera
Caratterizzato da un colore giallo paglierino derivante da un processo di produzione biologica, questo vino si distingue per un sapore agrumato con retrogusto di frutta tropicale, ideale come aperitivo.
La sua gradazione alcolica di 13,5 % VOL conferma la notevole versatilità della bevanda che può accompagnare pietanze di carne o di pesce.

Tarai Soave Superiore DOCG di Roncà 2016, Corte Moschina
Dalla cantina Corte Moschina viene prodotto questo ottimo bianco che, dopo un affinamento di dodici mesi in barriques, si presenta con un aroma fruttato di cedro ed un sapore giustamente equilibrato con note di pietra focaia. Perfetto se servito come aperitivo, questo vino trova largo impiego anche abbinato a pranzi o cene a base di pietanze di carni bianche.

Niamh Passerina IGT, Bastianelli
Nato come bevanda fresca e giovane, che non subisce decantazione, questo prodotto della cantina Bastianelli offre un gusto caratterizzato da sentori floreali di giglio aromatizzato con note di camomilla e frutti gialli.
Nato dai vitigni Passerina presenti nella regione Marche, il vino accompagna preferibilmente secondi piatti a base di prodotti ittici, formaggi freschi oppure viene servito prima del pasto.

Terre Siciliane Catarratto IGT Jocu, Quattrocieli
Prodotto dalla cantina Quattrocieli, questo vino bianco dall’intenso colore giallo paglierino, offre un sapore floreale di gelsomino e zagara, che contribuisce a renderlo particolarmente indicato per abbinamenti con pietanze a base di carni arrosto o grigliate.
Derivante da metodi di coltivazione biologica, la bevanda trova impiego anche come raffinato fine pasto, insieme a dolci secchi molto semplici che non devono coprire il suo bouquet.

Luce Lunare Chardonnay IGP2018 , Lafico Margarito
Nella produzione di vini giovani e freschi, da bere senza decantazione, questo prodotto dal colore giallo chiaro tendente all’avorio si distingue per un delicato sapore fruttato di frutti gialli maturi, ideale come aperitivo.
La sua particolare versatilità lo rende adatto anche come vino da pasto, soprattutto per pietanze a base di pesce non troppo saporito, per lasciare ampio spazio al suo intenso aroma.

Ansonica Costa Toscana “Sassi Chiari” 2018, CapalBIO
La cantina CapalBIO, specializzata nella produzione di vini biologici, ha commercializzato questo vino che colpisce immediatamente per il suo sapore floreale sapientemente miscelato a un retrogusto di albicocca e pesca, che lo rendono ideale come accompagnamento per pietanze a base di carni bianche, salumi o formaggi, oltre che come aperitivo.

Piemonte DOC “Brina”, Mosparone
Prodotto da vitigni Sauvignon Blanc e affinato su lieviti per ventiquattro mesi in acciaio prima del conclusivo affinamento in bottiglia di dodici mesi, questo vino si distingue per un sapore fruttato di pesca e albicocca, con un elegante retrogusto di peperone verde.
Ideale come vino da pasto, in abbinamento a piatti non troppo saporiti che potrebbero alterare il suo elegante bouquet.

Malvasia Puntinata “Libente” 2017, Emiliano Fini
Dopo un affinamento di sei mesi in acciaio e cemento, questo vino, derivante da vitigni Malvasia, si presenta con un sapore delicatamente agrumato con note minerali ed un bouquet floreale arricchito da un retrogusto di erbe aromatiche e di cera d’api.

Per provarli tutti, non perdete la selezione di Wineowine

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Prima che il gallo … C(hi)anti

Prima che il gallo c(h)ianti

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Si tratta di un  vino, quale il Chianti Classico, che si può vantare di essere uno dei più nobili al mondo, porta il nome della sua terra natia ed è una garanzia di qualità.

La sua produzione avviene in un territorio molto ampio, quasi 70 milla ettari, in zone di pregio (che includono otto comuni) come Greve in Chianti, Tavernelle Val di Pesa, San Casciano in Val di Pesa, Barberino Val d’Elsa che appartengono alla provincia di Firenze, ma non si possono non annoverare anche Gaiole, Radda in Chianti, Castellina in Chianti, Castelnuovo Berardenga della provincia di Siena.

Il Chianti Classico ha una regolamentazione precisa, data dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale relativo al riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata e Garantita – D.O.C.G.

Storia e origini dello stemma e del Chianti Classico

La storia che si cela dietro la produzione di questo vino è davvero affascinante e piena di colpi di scena.

Il Gallo Nero è da sempre simbolo del Consorzio del Chianti Classico.

Le origini di uno degli stemmi più famosi al mondo sono da ricercarsi ai tempi delle lotte medievali, di cavalli e cavalieri, quando i territori si conquistavano a colpi di spada.

Questa volta, però, si decise di riporre le armi, ed affidare la determinazione dei confini a due cavalieri. La storia è questa: Siena e Firenze, da tempo in lotta per accaparrarsi questo meraviglioso angolo di Toscana, decisero di affidarsi ad un giudice singolare: un gallo.

Uno con i colori senesi, l’altro con quelli fiorentini. Il confine sarebbe stato fissato nel punto in cui i due cavalieri si fossero incontrati, partendo all’alba, al canto del gallo, dalle rispettive città.
I senesi scelsero di affidarsi ad un gallo bianco, che rimpinzarono di cibo, con la convinzione che all’alba questo avesse cantato con più voce.
I fiorentini scelsero invece un gallo nero, lasciato a digiuno.

Il risultato? Lo stemma parla chiaro! Il gallo nero, affamato, iniziò a cantare prima dell’alba, quando il cavaliere fiorentino si mise in cammino.
Il gallo bianco, sazio e beato, continuò a dormire ben oltre lo spuntar del Sole e con lui il cavaliere senese, che si incamminò più tardi di quello fiorentino.
Fu così che i due cavalieri si incontrarono a soli 12 Km dalle mura di Siena e Firenze da allora potè annettersi il territorio del Chianti.

Il Chianti Classico oggi

Il Consorzio del Chianti nacque nel 1924, nel 1932 furono stabilite le prime sei sottozone, sette dal 1996.
Nel 1967 ci fu il riconoscimento a DOC e nel 1984 venne insignito della DOCG.
Dal 1996 il Chianti Classico si stacca definitivamente dal mondo del Chianti, con un disciplinare di produzione che prevede rese più basse e definitiva esclusione di uve a bacca bianca. Impiego di minimo 80% di Sangiovese, i complementari possono essere i vitigni autoctoni come Colorino, Canaiolo e Malvasia nera, oppure gli internazionali,  Cabernet Sauvignon e Merlot.

Oggi il territorio del Chianti Classico abbraccia nove comuni sulle colline tra Firenze e Siena, con circa 70.000 ettari di vigneti, sui quali, ogni mattina, al canto del gallo nero, sorge uno splendido sole.

Ecco dove trovare i migliori prodotti del Chianti Classico su Wineowine

 

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Corte Moschina: per un aperitivo di qualità

Corte Moschina: per un aperitivo di qualità

Corte Moschina per un aperitivo di qualità

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Corte Moschina nasce da anni di lavoro e generazioni a confronto che si sono impegnate nella terra per diventare un punto di riferimento a livello nazionale.

La loro storia coniuga il passato con le sue tecniche artigianali e il futuro con l’innovazione e l’avanguardia per dare vita ad un nuovo concetto di produzione viticola.

La terra ai piedi dei Monti Lessini dove sorge l’azienda è un’antica proprietà veneziana che risale al ‘500. Qui diversi tipi di terreno sono suolo fertile perché alle pendici del Monte Calvarina con rocce bianche, terra ferrosa e rocce calcaree.

I vigneti sono molto differenti tra loro e questo non solo arricchisce la storia dell’azienda ma permette di ottenere vini molto differenti: si va dal Da Roncà con vigneti di Garganega e Durella all’uva dei Colli Berici, fino alla Valpolicella.

La vigna è speciale e richiede cura e profonda dedizione per la creazione di un prodotto unico nel suo genere. Le differenti tipologie di uva permettono anche di sfruttare metodi diversi di coltivazione, dando ampio spazio a tecniche moderne e innovative che ricadono poi su prodotti di qualità eccellente che esaltano la produzione locale.

Corte Moschina produce una grande varietà che spazia dagli spumanti ai bianchi, i rossi finendo al vino dolce da dessert.

Questo rende perfetto il loro accompagnamento durante tutto il pasto, in particolare la selezione di bollicine si presta benissimo per un aperitivo degno di nota.

Spumanti e bollicine: l’accompagnamento perfetto per l’aperitivo


LESSINI DURELLO DOC MET. CLASSICO – Un vino ottenuto da un’uva autoctona che proviene da un vigneto datato nel cuore di Santa Margherita, quindi in una zona prettamente vulcanica nei pressi del monte Calvarina.

La spumantizzazione avviene con metodo tradizionale, in questo modo restano intatte le caratteristiche del territorio.

Durello ha vinto numerosi premi d’annata con il Gambero Rosso, è uno spumante reale che rispetta a pieno tutte le metodiche produttive e si accompagna benissimo a brindisi importanti e aperitivi anche sostanziosi poiché regge in modo sublime la complessità dei piatti al palato.

LESSINI DURELLO DOC MILLESIMATO MET- MARTINOTTI – Questo vino, vincitore di numerosississimi premi, viene prodotto con la spumantizzazione con metodo Charmat. Tale procedimento conferisce al gusto finale un aroma intenso e una mineralizzazione particolare. Il merito è certamente dell’uva locale Veronese che proviene da una zona vulcanica. Questo spumante è ideale per un aperitivo a base di pesce, si sposa bene con i formaggi e persino con il sushi.

LESSINI DURELLO RISERVA DOC. METODO CLASSICO – Questo vino deriva dalle uve del vigneto di Santa Margherita accanto al monte Calvarina. Viene vinificato e poi spumantizzato con un metodo classico tradizionale. Questo processo permette di ottenere un prodotto molto armonico al palato, fine, regale, capace di trattenere tutto il meglio del territorio e della sua località.

PUROCASO SUI LIEVITI IGT VENETO – Un vino bianco spumantizzato e affinato in acciaio dal gusto secco. Perfetto per un aperitivo in riva al mare con i suoi sentori di mela verde e fiori. È di un giallo paglierino, intenso ma anche delicato nell’aspetto. La bollicina è fine non persistente, quindi delicato. La sua struttura versatile lo rende il perfetto accompagnamento a qualunque tipo di pietanza.

Vini bianchi: la migliore selezione e gli abbinamenti più buoni

GRANETTO PINOT GRIGIO DOC DELLE VENEZIE – Un vino bianco la cui vendemmia viene effettuata in modo meccanico, questo permette di evitare qualunque temperatura nociva per le sostanze aromatiche.

È un vino che piace, fresco, delizioso al palato. Perfetto per l’aperitivo, ma anche per una bella orata al cartoccio per un piatto di frutti di mare. SI lascia bere con gusto perché al palato è morbido.

Proprio queste sue caratteristiche gli sono valse premi come vino d’annata.

RONCATHE SOAVE DOC DI RONCA’ – Questo vino viene prodotto con vigneti storici dell’azienda nella zona di Pergola Veronese secondo le tecniche moderne.

Dopo la raccolta la vinificazione viene effettuata a basse temperature. In questo modo il vino che si ottiene ha un’ottima mineralità che esprime tutto il meglio del territorio di produzione.

È vivace ma corposo, fresco e profumato, dai sentori fruttati.

EVAOS SOAVE DOC DI RONCA’ – I piccoli grappi di Pinot grigio vengono raccolti per dare vita, con una tecnica ad alta temperatura, a questo vino dall’aroma forte.

Merito dell’uva ossidata e della tecnica che gli hanno valso tanti premi, non solo con il Gambero Rosso.

Il vino ha un gusto deciso, perfetto per i secondi piatti e anche per i primi come la pasta al forno in bianco. Riesce a stemperare il gusto più deciso senza mai scavalcarlo.

I TARAI SOAVE SUPERIORE DOCG DI RONCA’ – Un vino di qualità superiore che deriva dal Crù del Soave. Il nome deriva dalla coltivazione dell’uva su terrazze studiate appositamente per dominare le colline.

È il vino di punta dell’azienda che ha raccolto riconoscimenti e consensi a livello nazionale e internazionale. È un vino fermo, ben strutturato, che accompagna le pietanze esaltandone il sapore al palato.

Ha un aroma persistente che non si dimentica facilmente e che si armonizza con il gusto del piatto.

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Gaglioppo, il vitigno simbolo della Calabria

Gaglioppo, il vino simbolo della Calabria

Gaglioppo, il vitigno simbolo della Calabria

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Il Gaglioppo, vitigno a bacca nera autoctono della Calabria, insieme al Mantonico ed al Greco di Bianco costituisce un’eccellenza della regione e viene presentato in contesti enologici di valore nazionale ed internazionale.

Caratterizzato da una maturazione piuttosto precoce e da una notevole resistenza alle variazioni climatiche, questo vitigno produce uve scure con grappoli di forma conica.

Storia del Gaglioppo

Già intorno al VIII secolo a. C. le popolazioni residenti in Calabria avevano incominciato a praticare la viticoltura, addomesticando i vitigni selvatici che crescevano abbondantemente sulle pendici collinari fino alle zone costiere.

I primi colonizzatori Ellenici trasformarono gran parte del territorio della Magna Grecia in vigneto, sfruttando il notevole patrimonio di vitigni autoctoni.

Sulle colline dell’antica Cremissa, dove era stato edificato un tempio dedicato a Bacco (dio del vino), ai tempi della Magna Grecia, ebbe inizio la storia di questo vitigno, in grado di produrre quantità di vino tali da venire trasportate anche presso Sibari, allora considerata una delle più famose capitali del vino.

Attualmente sede di Cirò Marina, la collina ospitava numerosi vigneti da cui veniva prodotto il vino ufficiale per le Olimpiadi, anche perché si credeva che fosse dotato di poteri terapeutici di tonico.

In quel periodo, i coloni Calabresi erano soliti trasportare questo prodotto attraverso vinodotti, formati da un complesso sistema di tubi realizzati per trasferire il vino fino al porto, da cui veniva poi spedito in tutto il Mediterraneo.

La Calabria è sempre stata una terra ricca di contrasti, dove le montagne si spingono verso il mare, contribuendo a creare un ambiente estremamente vario; la fascia di territorio che si interpone tra l’appennino e la costa è sempre stata il posto ideale per la coltivazione della vite.

Tra il Monte Pollino e l’altipiano della Sila, tra la Piana di Sibari e il Mar Ionio, la conformazione pedoclimatica della regione ha consentito uno sviluppo ideale dei vitigni di Gaglioppo.

Considerato da molti enologi come il vitigno più antico del mondo, il Gaglioppo deve la sua sopravvivenza alla tenacia della popolazione Calabra che, fin dall’antichità, ha considerato con grande rispetto la viticoltura.

La denominazione Gaglioppo deriva dalla forma conica dei suoi grappoli che, secondo gli antichi Greci, era simile a quella di un bel piede (dove bello = kalos e piede = podos, quindi kalos-podos = Gaglioppo).

I vitigni calabresi, un paesaggio unico

Caratteristiche del Gaglioppo

Pur avendo millenni di storia alle sue spalle, questo vitigno ha mantenuto inalterate le sue caratteristiche organolettiche, frutto di una sapiente coltivazione ad alberello diffusa sulle pendici collinari della regione.

Sole, terra a mare sono i fattori principali che contribuiscono a creare le condizioni ideali per la sua crescita su territori piuttosto aridi e sabbiosi.
La sua notevole resistenza e la grande adattabilità hanno reso possibile la sua sopravvivenza attraverso i secoli, fino ad arrivare al periodo attuale in cui la produzione è ancora molto fiorente.

Grazie al clima mediterraneo molto caldo ma sempre ventilato, tipico della Calabria, e alla composizione argillosa e calcarea dei terreni, ideale per la coltivazione di viti di qualità, il Gaglioppo ha trovato in questa zona un habitat perfetto.

Il bouquet, derivante dal connubio tra territorio e clima, si mostra particolarmente ampio e ben strutturato, con note decisamente fruttate che si accostano in maniera armoniosa a sentori speziati, profumi di erbe, tracce terrose ed influssi marini.

Al palato il vino si presenta molto strutturato, anche in relazione al fatto che l’affinamento avviene in barriques di rovere francese per lunghi periodi di tempo.

Dal sapore ricco e gagliardo che nel tempo è in grado di sviluppare intense note speziate che non coprono mai il sentore fruttato, il Gaglioppo tende ad ammorbidirsi con gli anni, lasciando spazio a note delicate ed avvolgenti.

La sua maturazione mediamente tardiva (tra la fine di Settembre e la prima decade di Ottobre) conferisce ai grappoli un sapore pieno e corposo, che dipende dalla lunga permanenza sulla pianta, caratterizzata da una forte miscelazione dei caratteri.

Pur essendo un vitigno rustico e piuttosto resistente sia alla salinità ed alle influenze salmastre, sia alle variazioni climatiche estreme (sopporta anche le gelate invernali), richiede comunque un terreno fertile e ben irrigato.

I grappoli maturi presentano medie dimensioni e terminano a punta, con ali ben sviluppate di solito dotate di lunghi peduncoli.
Gli acini, di forma sferica o ellittica, sono rivestiti da una spessa buccia di colore nero tendente al viola oppure al blu.

La polpa, non troppo dolce e caratterizzata da un retrogusto asprigno, ha una consistenza abbastanza sostenuta che, anche a maturazione completa, si mantiene compatta e soda.

Vini prodotti dal vitigno Gaglioppo

Wine bottle, wineglass with a corkscrew and a cork stopper shot on rustic textured wooden table. The composition is at the left of the table the table. Copy space available for text and/or logo. Predominant color is brown. Low key DSRL studio photo taken with Canon EOS 5D Mk II and Canon EF 100mm f/2.8L Macro IS USM.
Gli ottimi rossi della Tenuta Gaglioppo

Dalle uve si ricavano vini da tavola rossi o rosati, unicamente rossi per l’invecchiamento, quando la già notevole tannicità viene accentuata notevolmente.

I vini rosati prodotti da questo vitigno sono notevolmente robusti anche se non mancano di eleganza e complessità; la predominanza di aromi fruttati di frutta rossa matura si accompagna con sentori terrosi a netta componente minerale.

I vini rossi offrono invece una prevalenza olfattiva speziata e dolce, con finiture floreali di rosa e malva arricchite da sottotoni catramosi che conferiscono una particolare unicità olfattiva.
Si tratta di vini con un’austerità di fondo che caratterizza sia il loro bouquet che il sapore particolarmente corposo.

Pur non essendo un vino eccessivamente alcolico, risulta comunque potente grazie alla tipologia di suolo, con netta prevalenza argillosa, su cui crescono le viti.

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