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Denominazioni vini: alla scoperta di IGP, DOC e DOCG

Denominazioni vino

Alla scoperta delle denominazioni del vino

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Un viaggio nell’enologia delle sigle, alla scoperta delle denominazioni vino più note e la loro recente trasformazione in chiave europea

Il vino è una cosa seria, soprattutto per noi italiani che con la nostra ampia produzione allietiamo i palati e scaldiamo i cuori di tutto il mondo.

Proprio perché i nostri vini sono di altissima qualità, è importante conoscerne le giuste denominazioni  e avere una buona consapevolezza di ciò che stiamo degustando.

Infatti, se  per molti appassionati le indicazioni poste sulle etichette rappresentano un elemento fondamentale su cui basarsi per la scelta del vino, per altri rimangono un mondo incognito sul quale è difficile far chiarezza.

Le diverse denominazioni associate ai vini ne certificano la qualità, tenendo conto del processo produttivo e dell’origine delle materie prime, proteggendo il lavoro delle aziende produttrici.

Andiamo a conoscerle nello specifico e a vedere quali sono le eventuali differenze che le contraddistinguono

DOP - Denominazione di Origine Protetta

L’acronimo DOP sta per Denominazione di Origine Protetta ed è associato a tutti quei prodotti le cui caratteristiche dipendono, tutto o in parte, dall’ambiente geografico in cui sono prodotti.

Caratteristica imprescindibile affinché il vino ottenga tale denominazione è che tutto il processo produttivo avvenga all’interno di quella determinata zona.

I prodotti (sia agricoli che alimentari) con il riconoscimento DOP sono soggetti a rigide regole produttive il cui rispetto è garantito da uno specifico organismo di controllo.

IGP - Indicazione Geografica Protetta

La denominazione IGP ( Indicazione Geografica Protetta) è un marchio di origine che viene attribuito dall’Unione Europea a quei prodotti agricoli e alimentari per i quali una determinata qualità, la reputazione o un’altra caratteristica dipende dall’origine geografica.

A differenza dei prodotti DOC, la cui fase di produzione deve necessariamente avvenire all’interno di un determinato territorio, per conseguire il marchio IGP è sufficiente che una sola fase del processo produttivo venga effettuato nell’area indicata dall’Ente.

Nello specifico mentre il marchio DOP è attribuito a quei prodotti ottenuti e confezionati nel territorio d’origine dichiarato,  il marchio IGP certifica che solo le fasi che danno al prodotto un carattere peculiare sono legate alla zona d’origine

La disciplina per l’attribuzione del marchio IGP è quindi maggiormente permissiva ma entrambi i marchi sono sottoposti a controlli da parte degli enti preposti al fine di ottenere tale riconoscimento.

Per ottenere la certificazione IGP bisogna dimostrare che la qualità del prodotto sia strettamente legata all’ambiente geografico di riferimento. Gli  elementi rilevanti affinché un prodotto abbia la denominazione IGP sono:

  • la presenza di un particolare microclima,
  • l’utilizzo di tecniche artigianali per la sua produzione
  • attori di carattere umano, come l’uso di tecniche artigianali specifiche di quel territorio, che si tramandano immutate di generazione in generazione

L’insieme di queste caratteristiche permette di evidenziare la sua unicità rispetto a prodotti simili.

DOC - Denominazione di Origine Controllata

L’acronimo DOC sta per Denominazione di Origine Controllata, questa è stata la prima certificazione a tutelare i prodotti in base all’unicità delle caratteristiche.

Tale acronimo non è considerato un vero e proprio marchio, poiché accomuna una vasta gamma di prodotti, ma nello specifico certifica le zone delimitate dalle raccolte delle uve che vengono impiegate per la produzione del vino.

Per ricevere una certificazione DOC, il vino deve avere le seguenti caratteristiche:

  • Provenienza da una zona che abbia ottenuto già la certificazione IGP (Indicazione Geografica Protetta) da almeno 5 anni; 
  • Le zone IGP devono essere state rivendicate da almeno il 35% dei viticoltori che sono interessati a richiedere la certificazione;
  • Le zone devono rappresentare almeno il 35% della produzione dell’area indicata. 

La procedura a cui  ci si deve attenere affinché un vino sia denominato con l’acronimo DOC è più restrittiva di quelli con marchi IGT, ma meno rigida di quelli con marchio DOCG, poiché questi ultimi devono possedere anche altri requisiti specifici.

Sulle etichette dei vini DOC deve necessariamente essere presente:

  • la zona di produzione,
  • la denominazione del vino,
  • le norme per la coltivazione il legame con l’ambiente
  • il confezionamento
  • le caratteristiche al consumo e la designazione

Anche se questa sigla non è più utilizzata in maniera ufficiale, poiché per la legge europea la denominazione è ora compresa nell’acronimo DOP, viene comunque consentita a titolo di menzione specifica tradizionale.

DOCG - Denominazione di Origine Controllata e Garantita

Con la sigla DOCG si indica un prodotto di “Denominazione di Origine Controllata e Garantita”.

La DOCG comprende vini prodotti in specifiche zone geografiche nel rispetto di un severo disciplinare di produzione approvato da Decreto Ministeriale.

Affinché un vino sia riconosciuto con l’acronimo DOCG, deve aver ottenuto da almeno 5 anni la Denominazione di Origine Controllata.

Sia i vini DOC che quelli  DOCG, devono necessariamente essere sottoposti ad un analisi chimico-fisica ed organolettica che certifichi il rispetto di tutte le procedure stabilite.

La classificazioni delle denominazione dei vini ha subito una netta variazione nel 2010, poiché tutti i vini qualificati come DOC e come DOCG sono stati unificati in DOP.

In aggiunta, sempre a partire dallo stesso anno, l’istituzione di queste nuove  denominazioni deve essere approvata dall’Unione Europea e non più dai singoli Paesi (che hanno una funzione di proposta).

Seppur conoscere e approfondire queste denominazioni può sembrare un’impresa non semplice, è comunque un primo inizio per affacciarsi al mondo di Bacco e apprezzare una cosa tanto piacevole quanto complessa come quella del vino.

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Distilleria Brunello, quando tradizione fa rima con famiglia

Distillerie Fratelli Brunello, quando tradizione fa rima con famiglia

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La Distilleria Fratelli Brunello ha fatto di grappe e liquori un affare di famiglia da ben quattro generazioni con la quinta che già si prepara a prendere il testimone.

 

Una storia iniziata 180 anni fa a Montegalda, in provincia di Vicenza, dove i Brunello hanno fatto della produzione artigianale di grappe eccellenti prima e poi di tante altre prelibatezze uno stile di vita.

Distilleria Fratelli BRUNELLO ancora oggi, grazie a tecniche di distillazione che fanno di lentezza e tradizione valori chiave, può fregiarsi dell’insegna della più antica distilleria artigianale d’Italia. Tutto inizia nel 1840 con il bruso di Bortolo Lotto e in seguito con la nuora, Maria Marzari, prima donna imprenditrice nel mondo tutto maschile delle Distillerie.

Il centro di tutto, quello che ancora oggi porta il simbolo della distilleria in facciata, la maschera del Bacco, è il Palazzone. L’edificio storico oggi sede produttiva e di rappresentanza, oltre che, dagli anni ‘90 gioiello d’accoglienza grazie all’Agriturismo di famiglia “Il Palazzone”.
In principio, dopo il frantoio per olio, la macina per lo zolfo e la prima caldaia per la produzione dell’acquavite di Bortolo Lotto, è Maria Marzari a guidare l’azienda e ad affinare le tecniche di distillazione. In quegli anni, lavora usando tecniche all’avanguardia per i tempi, innova e fa la storia del mondo dei distillati, vince premi e riconoscimenti. Nel 1908 Maria sposa Giovanni Brunello e così sancisce l’inizio ufficiale dell’attività della Distilleria come la conosciamo oggi.

In 180 anni di storia lavoro la Distilleria ha subìto un solo stop, obbligato, durante la II Guerra Mondiale. Poi ha riacceso i motori e non si è più fermata, diventando un vero punto di riferimento per il territorio ed il settore.

Oggi

Oggi l’impresa iniziata da Bortolo Lotto, da Maria Marzari e continuata dai suoi figli maschi Giandomenico e Antonio diventa un brand significativo nel nuovo millennio grazie a Giovanni, Paolo e Stefano Brunello che dai primi anni Ottanta guidano l’impresa celebrandone gli anniversari più importanti.
Senza mai perdere il gusto della tradizione testimoniato da un catalogo ricco di referenze storiche, i Brunello della quarta generazione hanno affinato le tecniche produttive e innovato il parterre di grappe e liquori recuperando vitigni autoctoni per dar loro nuova vita. Giovanni, Paolo e Stefano Brunello hanno messo al centro del loro lavoro un progetto importante costruito intorno al significato di cinque parole emblematiche. Tempo, Territorio, Tradizione, Tipicità e Talento, parole importanti che definiscono l’azienda di oggi e di domani.

Il futuro, tra ricordo e territorio

Il futuro della Distilleria Brunello è già iniziato. La quinta generazione della famiglia è già al lavoro con nuovi, importanti progetti. Sebbene sia ancora presto per attuare il grande passaggio generazionale che porterà la Distilleria in una nuova era, Angela, Enrico, Matteo e Riccardo già fanno i primi passi e danno nuove idee. Una delle più apprezzate è BHappy, l’aperitivo naturale e leggero di 12 gradi, nato sotto la supervisione dello zio Stefano che dell’azienda è la memoria storica delle tecniche produttive e dei protocolli di qualità. Questo connubio è l’esempio di come si possa innovare senza perdere di vista il punto di partenza: la Tradizione.

Tra le 5T più importanti del piano di valori dell’azienda c’è la grande attenzione alle risorse di una terra, quella vicentina e padovana, che ha tanto da dare in termini enogastronomici. Negli anni ‘80, l’attenzione di Giovanni, Paolo e Stefano Brunello si è orientata soprattutto alla riscoperta di vitigni autoctoni dimenticati come il Cruajo, come il Carmenère in arrivo dai Colli Berici e il Fior d’Arancio che invece ha patria nella natura dei Colli Euganei.

 

Per i Brunello, non c’è innovazione senza territorio. E non c’è memoria senza amore per ciò che ne permette la sua vita ciclica, rimaneggiata e portata all’apice dalle generazioni che si sono succedute tra le stanze del Palazzone a Montegalda. 

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Spumanti integrali: cosa sono e come si gustano

spumanti integrali

Il grande successo degli spumanti integrali

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L’enologia – in tutte le sue forme – è un mondo in costante evoluzione che non rinuncia alle tradizioni storiche ma che guarda favorevolmente a spinte in grado di consolidarne il successo nel pubblico.

Negli ultimi anni è emersa una tendenza nuova tra degustatori amatoriali e sommelier, una di quelle tendenze che mescola le carte in tavola e rende questo mondo ancor più vivo e… spumeggiante! Stiamo parlando, se non l’aveste ancora capito, degli spumanti integrali.

In questo articolo scopriremo un po’ di più di questo mondo così recente, provando a farci conquistare dalla curiosità che la parola “integrale” suscita in tutti gli ambiti dell’enogastronomia.

Che cos'è uno spumante integrale?

La produzione dello spumante è storicamente più forte nelle regioni del Nord Italia, soprattutto tra Veneto (Valdobbiadene, Colli Euganei) e Lombardia (Franciacorta).

Un metodo classico, lo champenoise, che nonostante secoli di consolidamento in tutta Europa qualcuno ha deciso di voler ritoccare per dare qualcosa di nuovo alle bollicine che accompagnano i momenti di festa e convivialità di amici, parenti e perché no, colleghi di lavoro.

Cos’è dunque che varia nello spumante integrale rispetto allo champenoise tradizionale? La risposta è quanto più semplice si possa immaginare: non viene praticata la sboccatura. Questa delicata operazione, eseguita rigorosamente a mano e solo a volte meccanicamente, prevede la rimozione dei lieviti dal vino e la sostituzione del liquido “perso” con una miscela studiata enologicamente di vino nobile e zucchero. 

Si tratta in sostanza di purificare, o meglio eliminare residui che nel grande pubblico sarebbero percepiti come una sorta di impurità, e non un valore aggiunto. Così come nelle farine si è diffuso recentemente il ricorso a crusca, grani macinati a mano e affini così nel vino si è deciso di provare questi vini “impuri”, o meglio sarebbe dire torbidi.

Qual'è la differenza tra spumante normale e spumante integrale?

La mancanza della sboccatura nello spumante integrale, come dicevamo, impedisce la rimozione dei lieviti e degli ulteriori residui.

Cosa significa, in parole povere? Quando il lievito permane nella bottiglia, trasforma chimicamente lo zucchero in anidride carbonica e alcool. Il vino rimane così vivo, cioè continua a rifermentare nella bottiglia fino a circa sei mesi dal primo imbottigliamento.

A questo punto interviene un ulteriore fenomeno chimico (ma assolutamente naturale), l’autolisi, che coinvolge il processo glutinico del lievito – avviene lo stesso anche nel pane. In pratica, il lievito restituisce le sostanze nutritive all’ambiente che lo conserva, avendo concluso la sua “fase attiva”.

In spumante con shelf life ridotta, questo processo si interrompe sostanzialmente quando il vino viene servito in tavola. È per questo motivo che molti spumanti integrali non presentano il classico tappo in sughero, bensì il tappo a corona, che riesce a mantenere meglio la spinta pressoria, un po’ come accade nelle birre.

Gli spumanti integrali su Wineowine

Wineowine ha sposato già da tempo la filosofia di alcuni vignaioli “sperimentatori” nella produzione degli spumanti integrali.

È una scelta questa che arricchisce il vino spumante di note particolari, ma che può non incontrare il piacere estetico e palatale di tutti. La sua caratteristica più evidente è infatti la torbidezza del liquido, che si presenta opaco, a tratti perlescente. 

Sebbene non associamo allo spumante (o al vino in genere) questo colore o aspetto, esso è assolutamente normale poiché è appunto integrale, cioè privo di purificazioni successive e dunque a uno stato primordiale dove tutti i sapori sono perfettamente percepibili.

Il Settolo della cantina veneta di Leo Vanin, così come il gustoso Rosè non filtrato di Cantina Integrale (nomen omen!) sono le nostre scelte per farti iniziare a scoprire, e apprezzare, il variegato mondo dello spumante integrale.

Prosit!

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Il mito di Dioniso e Ampelo e la nascita del vino come “materia di studio”

Letteratura e scienza: dal mito di Ampelo allo studio dei vitigni

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Lo studio scientifico dei vitigni, ovvero la classificazione delle uve a seconda di criteri distintivi delineati, prende il nome di ampelografia. È una parola che, come altre nel mondo degli studi e delle discipline, deriva dalla fusione di due termini del greco antico. 

In questo caso, l’etimologia di ampelografia deriva dai termini ampelos (vite) e grafia (scrittura, descrizione). La vite, a sua volta, viene raccontata nella mitologia ellenica con una storia particolarmente interessante, benché storicamente non accertabile: quella del giovane Ampelo, amante di Dioniso.

In questi giorni nei quali siamo – nostro malgrado – costretti in casa, possiamo dedicare qualche minuto a rivivere il mito greco attraverso una storia d’amore dalla quale, pur con una certa forzatura, deriva quell’interesse per il vino di enologi, sommelier e degustatori amatoriali che in alcuni casi somiglia proprio a un amore.

Ampelo e Dioniso, un amore di...vino

Dioniso è nella mitologia ellenica arcaica il dio della linfa vitale delle piante. Solo successivamente gli Elleni lo iniziano a venerare come dio dell’estasi, dei sentimenti più liberi e allegri, dell’espressione del corpo e della gioia libidinosa. In un senso più lato, la sua “elezione” a dio del vino richiama proprio la felicità che la bevanda suscita nel suo bevitore: allegria, euforia, gioia di vivere.

Quella di Dioniso è una figura multiforme, che si discosta ampiamente dall’evoluzione romana in Bacco: è metà divinità e metà animale, è istinto e scintilla, è sia uomo che donna.

Figlio di Zeus, il mito della nascita dionisiaca (il “nato due volte”) è spesso dibattuto: sarebbe stato in ogni caso figlio di Semele, morta durante il parto per volontà del Padre degli dei e poi cresciuto in una coscia dello stesso Zeus. La vita di Dioniso fu errante, vagabonda, ricca di amori e passioni, dal matrimonio con Arianna alle relazioni con Prosimno, Chirone e Ampelo.

Proprio quest’ultimo è un amore disperato, poiché Ampelo muore ancora giovane per una punizione di Ate, dea della malizia, che gli riserva la mortale puntura di un tafano. Ancora innamorato, Dioniso chiede pietà alle Moire (ovvero le personificazioni del destino) per il satiro, che viene trasformato in un tralcio di vite.

È qui, secondo la mitologia, che la vite perde la sua qualità più prettamente terrena per assumere una dimensione divinizzata. Non è più solo una pianta, ma è la pianta per la quale Dioniso figlio di Zeus ha parlato. L’amore carnale per il giovane Ampelo diviene così amore per la vite, per l’uva e il suo succo più bevuto, il vino appunto.

Che cos'è l'ampelografia?

Abbiamo accennato all’ampelografia come allo studio scientifico dei vitigni e delle varietà di vino presenti in natura. Quello che non sappiamo, però, è che sin dall’antica Roma le uve erano catalogate e studiate anche in assenza di mezzi di analisi moderni.

Fu Lucio Giunio Moderato Columella, il padre della scienza agricola romana (il De de rustica, opera in dodici volumi, è ancora oggi leggibile per intero), a pubblicare un primo lavoro di approfondimento sulle uve, distinguendone ben quaranta e dividendole per produttività, forma e valore.

Uno dei massimi lavori dell’epoca contemporanea è il Dizionario agrario dell’Abate Rozier, nel quale è inserito un ampio catalogo di vitigni a cura di Antoine Chaptal. Il periodo che va dal XVIII al XIX secolo coincide con l’espansione della cultura enologica in America, ma anche con la drammatica espansione del fenomeno della fillossera. 

È proprio questa emergenza botanica che spinge, a cavallo tra Ottocento e Novecento, studiosi italiani ed europei ad incrementare lo studio ampelografico sui vitigni con l’obiettivo di ottenere delle uve resistenti a questo insetto. Allo stesso tempo, si migliora la qualità generale del vino, trasformandolo da bevanda di infima qualità a eccellenza della produzione internazionale.

Nel Novecento l’apporto statale all’enologia e all’imprenditoria vinicola rendono l’ampelografia sempre più importante nello studiare leggi, regolamenti e disciplinari che faranno dell’Italia il più importante produttore di vino al mondo.

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Tappi da vino: come nascono e come funzionano

tappi da vino

Tappi da vino
Un mondo da scoprire

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Non solo bottiglie e calici: i tappi da vino sono una parte fondamentale nel processo di produzione e commercializzazione delle bottiglie.

Turaccioli, sugheri, zaffi: sono molti i nomi letterari, dialettali e specifici utilizzati nel corso dei secoli per definire il piccolo oggetto utilizzato per impedire al contenuto liquido di uscire dalla bottiglia, vanificando lo sforzo dei vignaioli.

Eppure, salvo alcune modifiche necessarie e relative anche al tipo di vino prodotto, il tappo non è mai cambiato più di tanto, conservando nella sua apparente semplicità un ruolo di primissimo ordine in questa economia di scala dai ritmi e dai costi a volte clamorosamente alti.

Breve storia del tappo

La nascita del tappo di sughero, antesignano di quelli impiegati oggi (spesso con materiali sintetici), è antichissima e viene fatta risalire all’incirca nel V secolo avanti Cristo.

Il sughero era, soprattutto durante l’epoca romana, un prodotto ampiamente utilizzato poiché garantiva risultati ottimi a fronte di una spesa minima, quella cioè del reperimento e della lavorazione di una materia prima naturale, ricavata dalla corteccia degli alberi di sughero.

È però nel Seicento che il frate Pierre Pérignon, inventore dello champagne, migliora questo minuscolo oggetto ispirandosi alle forme delle borracce che i fedeli utilizzavano per dissetarsi durante i lunghi pellegrinaggi.

Con alcuni aggiustamenti, frutto di tecnica e ricerca, il tappo è però rimasto pressoché uguale fino ad oggi, assumendo una valenza fondamentale anche nel riconoscere il tipo di vino che si andrà a bere.

Come riconoscere un tappo di qualità

È necessario fare una importante distinzione quando si parla di tappi: il migliore è infatti quello di sughero.

Benché questo materiale possa degradare con il tempo (è infatti un fungo parassitario, l’Armillaria mellea, responsabile del cosiddetto “sentore di tappo” nel vino), il suo impiego è quello che meglio rispetta il contenuto delle bottiglie.

Oggi lo si impiega soprattutto nello champagne, nello spumante e nei vini che devono garantire un disciplinare di qualità.

Le altre tipologie di tappo cilindrico sono quelle sintetiche, prodotte cioè in plastica o silicone e che non trasmettono – almeno secondo i loro sostenitori – odori o particelle al vino.

I tappi a vite si usano in vini di qualità minore, e sono prodotti in alluminio con una parte interna in pellicola sterile. I tappi in vetro, infine, vengono generalmente impiegati per preservare la qualità del vino una volta stappato.

Che cos’è il tappo a corona?

Nello spumante e nello champagne è d’uopo utilizzare il cosiddetto tappo a corona, o tappo “gabbiettato”.

Si tratta in realtà di una soluzione che include due pezzi distinti: il tappo in sughero tradizionale e una gabbia in metallo che tiene fermo il turacciolo, contrastando la pressione che si crea per emissione di anidride carbonica da parte del liquido alcolico in fermentazione.

Il tappo, in questo caso, assume una forma a fungo per effetto della degradazione elastica, ma in origine è cilindrico e più ampio della bocca di bottiglia. Il suo inserimento richiede una certa forza e viene effettuato meccanicamente: solo in questo modo è possibile evitare la fuoriuscita del liquido.

È peraltro lo stesso motivo per il quale, una volta stappato, il tappo tende a uscire con forza (facendo il classico botto) e non rientrare nella bottiglia anche se si fa forza per reinserirlo.

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Il mondo delle bottiglie di vino: formati, colori e materiali

Vizi e virtù delle
bottiglie di vino

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Le bottiglie di vetro sono meglio di quelle di plastica. È una frase che avrete sentito dire migliaia di volte, magari dalle vostre nonne che da sempre sostengono la supremazia delle “care, vecchie bottiglie” tanto fragili eppure così preziose.

Sappiamo che l’uso del vetro per conservare i liquidi è accertato all’incirca da 35 secoli, sebbene la produzione di questo materiale sia ancora più antica, fino addirittura al IV millennio avanti Cristo.

La soffiatura del vetro, fondamentale per realizzare oggetti di ogni forma e misura, nasce nelle città di Tiro e Sidone e dalla Siria si espande poi a Roma: qui la produzione del vino è abbondantissima, e pian piano le bottiglie vanno a rimpiazzare le otri, molto più ingombranti e meno trasportabili.

Dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente, lo sviluppo dell’arte del vetro prosegue particolarmente a Venezia e Costantinopoli, ma è nella laguna che l’arte del vetro assume una rilevanza artistica oltre che produttiva.

Con la Rivoluzione industriale e i moti politici di fine Settecento il mercato delle bottiglie a uso enologico subisce una standardizzazione, particolarmente verso i modelli bordoleseborgognotta.

Come distinguere le bottiglie di vino

Il mondo del vino gode di una certa eterogeneità, che si riflette ovviamente anche sulle bottiglie di vino. Nonostante una produzione che in alcuni casi vira sull’originalità per quanto riguarda forme e colori, oggi si possono distinguere sei tipologie di bottiglie di vino che si differenziano per alcuni elementi fondamentali: la base, il corpo, la spalla, il collo e il cercine.

La base può essere più o meno pronunciata, con una presenza del tipico incavo che permette una migliore impugnatura dal basso. Il corpo è pressoché sempre cilindrico, con una altezza variabile in funzione del vino e della capienza.

La spalla può essere presente o assente; in presenza, varia in funzione della sua inclinazione rispetto al corpo e in generale è tanto più prominente quanto è grande la bottiglia.

Infine il cercine, o anello, è lo “scalino” del collo che – soprattutto nella champagnotte – permette di mantenere più salda la presa e al contempo permette di rinforzare il collo quando si inserisce il tappo a pressione, evitando così la rottura della bottiglia.

Quali sono le bottiglie di vino più diffuse

La bottiglia albeisa è massimamente diffusa in Piemonte, dove viene impiegata per conservare i vini delle Langhe come Barolo, Barbera e Dolcetto. Deve il suo nome alla città di Alba e si contraddistingue per base pronunciata, corpo cilindrico, collo corto e cercine cilindrico.
 
L’alsaziana, dal nome della regione francese, ha una forma tipicamente cilindrica senza spalla, dunque più slanciata in altezza con una capacità standard di 750 millilitri. È generalmente trasparente o di vetro verde.
 
Il bottiglione, dalla capienza standard di 2 litri, è prodotto con vetro verde e ha spalla e cercine pronunciati. La chiusura è affidata al classico tappo meccanico con silicone.
 
La bordolese (da Bordeaux) è una bottiglia con la caratteristica spalla pronunciata che, nell’idea originale, preveniva la formazione dei depositi sul corpo cilindrico.
 
La borgognotta (da Borgogna) è una bottiglia da 750 ml – capacità standardizzata – con un corpo solo parzialmente cilindrico e dalla spalla slanciata verso il collo, molto lungo.
 

La sciampagnotta

Discorso a parte va fatto per la sciampagnotta, italianizzazione del termine champagnotte dalla regione francese della Champagne.

La tipica bottiglia con la quale si commercializza il vino champagne risale al 1728, anno in cui il Re di Francia decise di permettere la vendita del vino anche in bottiglia e non più solo in botte.

La sciampagnotta ha una base ampiamente pronunciata e una spalla slanciata, con un cercine rilevato che sostiene la spinta pressoria del tappo in sughero.

A seconda della capienza, che varia da 0,2 fino a 150 litri, assume una ulteriore denominazione, che prende il nome da personaggi biblici del Vecchio Testamento e che si calcola con i moltiplicatori dello 0,75. 

Tra le più celebri la Magnum (1,5 litri), la Mathusalem (6 litri), la Nabucodonosor (15 litri), mentre le due più grandi sono la Adelaide (93 litri) e la Sublime (150 litri).

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Lombardia in tavola: cucina e vini

I sapori della Lombardia in tavola e i vini giusti per gustarli

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La cucina lombarda traccia le sue radici storiche in origini antichissime, addirittura risalenti al periodo dei Celti. Proprio in quel periodo si prepara il Cuz, ovvero uno spezzatino di carne di pecora e grasso che è ancora oggi tipico della Val Camonica.

Questo territorio, grossomodo corrispondente alla provincia di Sondrio, è foriero di grandi gioie per quanto riguarda i gourmand. Il clima freddo di montagna, l’ottima ricchezza di materia prima e l’ingegno delle cuoche di un tempo ha fatto sì che i camuni possano vantarsi anche in epoca contemporanea di una tradizione del gusto tra le migliori d’Italia.

Gli immancabili casoncelli (pasta ripiena condita con formaggio ed erbe varie), gli involtini di verza detti capù e gli ottimi formaggi (particolarmente mascherpa, casatta e casolet) fanno di questa zona l’ambasciatrice dei sapori dolomitici lombardi.

La cucina lombarda, tra riso e ossobuco

Quando si pensa al mangiare tra Milano e le sue province vicine lo stereotipo vuole che si limiti il menù dei meneghini al solo risotto allo zafferano e alla cotoletta, variazione della Wiener Schnitzel introdotta all’ombra del Duomo dalla dominazione austroungarica.

La cucina milanese è invece ricca di ricette uniche, spesso poco conosciute. È il caso della trippa alla milanese, che a differenza della variante capitolina prevede l’aggiunta di fagioli, carote e sedano.

Storicamente gli abitanti di Milano venivano chiamati proprio busecconi, ovvero mangia trippa, per sottolineare l’importanza del piatto nella cucina popolare.

Se a Pavia e provincia è molto diffusa l’abitudine di consumare gli agnolotti (ripieni di stufato e conditi con carne e formaggio), Cremona è celebre – oltre che per il torrone – per i suoi tortelli di zucca. Si tratta di una derivazione tipicamente emiliana, dove ancora oggi la pasta ripiena di zucca è tipica, ad esempio, del ferrarese.

Se la carne è molto diffusa, spazio trova anche il pesce grazie alla presenza dei vari laghi, particolarmente il Garda, sulle cui sponde si consuma un ottimo risotto alle tinche (a differenza del comasco, dove è preferito il pesce persico).

Sempre il Garda è zona di provenienza di molte delikatessen, dall’olio d’oliva ai limoni, mentre i dolci tradizionali (panettone e colomba) sono tipicamente milanesi.

Vini lombardi, tra tradizione e innovazione

Se la produzione vinicola italiana è generalmente rinomata per i vini toscani, veneti e marchigiani, non sarebbe onesto ignorare la ricchezza del vino lombardo.

Amplissimi territori, condizioni climatiche spesso molto favorevoli (basti pensare all’Oltrepo’ Pavese) e una cultura secolare del vitigno rendono ancora oggi questi vini un sicuro elemento di interesse per gli appassionati del calice.

Proprio dalla sponda pavese del fiume più lungo d’Italia provengono i vini biologici/vegani dell’azienda agricola La Piotta. Riesling, Brut millesimati e Chardonnay si adattano agli antipasti e alle ricette di pesce di un territorio fortemente eterogeneo.

La Valtellina, territorio di montagna dove primeggiano la polenta e i formaggi, risponde con il Rosso di Valtellina e il Valtellina Superiore di Tenuta Scerscé, da uve di Nebbiolo Chiavennasca. Vini corposi e al contempo delicati, adatti per i primi piatti di pasta o i secondi di carne.

La bergamasca conclude il viaggio nei vini della Lombardia con Le Corne, azienda incentrata su Chardonnay, Pinot e Merlot che vengono lavorati sia in acciaio che in legno, per affinare delle uve all’insegna di acidità e freschezza.

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Elogio del Passito di Pantelleria

passito di pantelleria

Passito di Pantelleria
Elogio di un vino "dell'Umanità"

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Il passito di Pantelleria è un vino che, per le sue particolari caratteristiche – organolettiche, geografiche e d’uso – non può essere limitato a una descrizione sommaria. Né si può pensare di parlarne senza dapprima accennare alla realtà del vino passito, che costituisce un unicum nella produzione enologica nazionale.

Prima di parlare dell’eccellenza che proviene da questa bella isola, quindi, è bene fare un excursus sul luogo di provenienza e su quei passiti siciliani che il pubblico sembra apprezzare con sempre maggiore rilievo.

Vino passito: che cos’è e come si produce

Quello che può sembrare un vino particolare, avulso alle regole della vinificazione standardizzata, è invece un normale frutto delle vigne che subisce un trattamento specifico della materia prima.

I vini passiti, come appunto il vino di Pantelleria e gli altri passiti siciliani, vengono infatti realizzati partendo da acini d’uva che sono sottoposti a un appassimento (e dunque alla disidratazione) forzato. Questo può avvenire in due modi principali:

  • Tramite appassimento naturale, ovvero con permanenza oltretempo dell’acino sulla pianta
  • Tramite appassimento naturale, ovvero con disidratazione in ambienti aperti (al sole) o chiusi (con condizioni igrometriche controllate)

Nel caso del passito di Pantelleria, anche al fine di valorizzare l’ambito climatologico dell’isola, l’appassimento viene fatto all’aperto lasciando che gli acini perdano progressivamente acqua. Ciò avviene sia prima che dopo la raccolta, con l’obiettivo di incrementare il contenuto zuccherino del vino.

Come nasce il passito di Pantelleria

La produzione del passito di Pantelleria ricade all’interno di una tradizione culturale che ha millenni di storia alle spalle. Proprio per questo, nel 2014 l’UNESCO ha deciso di inserire tra i Patrimoni immateriali dell’Umanità la Pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello, tipica dell’isola di Pantelleria.

La vite ad alberello, o vite pantesca, ha una forma e una metodologia di coltivazione uniche. Si tratta infatti di utilizzare delle viti che, riparate in conche nel terreno, possano facilmente resistere agli estremi climatici tipici dell’isola. Per contro, l’ottima esposizione solare di cui Pantelleria beneficia rende possibile la vendemmia con tempi ampiamente anticipati rispetto al resto d’Italia.

Si inizia infatti a fine luglio, togliendo dalle viti le uve Zibibbo. Queste, di chiara e comprovata origine africana – l’altro suo nome è infatti moscato d’Alessandria d’Egitto – sono particolarmente ricche in tenore zuccherino. Se ne ricava un vino dal titolo alcolometrico alto, di colore giallo paglierino dorato e dal profumo peculiare.

Tutto quello che c’è da sapere sul passito di Pantelleria

Temperatura di servizio

Rispetto ai vini bianchi tradizionali, è preferibile per il passito di Pantelleria temperatura più alta. Generalmente si va dai 16 ai 18 gradi centigradi, dunque la bottiglia può essere facilmente conservata a temperatura ambiente, in un luogo fresco e riparato, al lontano dalla luce diretta.

Abbinamenti cibo – vino

Quando si porta in tavola, il passito di Pantelleria ha abbinamenti tradizionali e più azzardati ovvero innovativi. È il caso della pasticceria secca, particolarmente quella a base di mandorle tipica del mangiare siciliano (biscotti della monaca, reginelle e buccellati). Valida anche la scelta dei formaggi freschi come la ricotta o di quelli erborinati. 

Se si guarda oltre i confini nazionali, infine, se ne potrà valorizzare l’abbinamento con il foie gras (fegato d’oca).

Passito di Pantelleria prezzi

Le particolari tecniche di produzione del passito di Pantelleria suggeriscono un posizionamento economico che è superiore rispetto alla media dei vini prodotti sul territorio nazionale.

La commercializzazione avviene, in linea generale, all’interno di bottiglie da mezzo litro. In questo senso, il costo medio si aggira intorno ai 30 euro, come nel caso del Passito di Pantelleria DOC Lunantes 2016, prodotto dalla cooperativa agricola Il Serralh, in un contesto paesaggistico e panoramico tra i più belli dell’intera isola siciliana.

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Pandoro e panettone: quali vini è giusto abbinare?

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Pandoro e panettone: quale vino si abbina?

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Da Milano e da Verona arrivano i due dolci “per eccellenza” del Natale. Con quale vino è giusto abbinarli in occasione delle festività? Te lo svela Wineowine!

La storia del panettone è antichissima, e risale almeno al Cinquecento. Il suo nome deriverebbe da quello di Toni, un pasticcere che – con un pizzico di creatività – riuscì a trasformare i pochi ingredienti a sua disposizione in un pane dolce lievitato che sarebbe diventato uno dei simboli del Natale.

Il pandoro sarebbe invece addirittura di epoca romana. Ce lo racconta Plinio il Vecchio, che testimonia l’esistenza di un panis preparato dal cuoco Virgilio Stefano Seneca con pochi ingredienti: farina, burro e olio. Furono però i veronesi, a fine Ottocento, a trasformarlo mutuando la ricetta del nadalin.

Esistono oggi delle vere e proprie “fazioni” a favore dell’uno o dell’altro dolce natalizio, ma qualsiasi sia la scelta è difficile resistere a queste golosità durante ogni momento della giornata, già a partire dalla colazione.

Se lo si preferisce come conclusione di un pasto, oppure per accompagnare le lunghe giornate festive in compagnia di amici e parenti, si può pensare anche di servirlo insieme a un buon calice di vino. La scelta però va ponderata con attenzione: meglio un bianco o un rosé? Le bollicine sono ammesse?

Scopriamo insieme come abbinare il vino a pandoro e panettone.

I migliori vini per il pandoro

Il pandoro è un dolce laborioso, dal sapore dolce e “grasso” grazie alla presenza generosa del burro. Per questo motivo ha bisogno di un tipo di vino che riesca ad esaltare i suoi sapori senza tuttavia coprirli.

La scelta può dunque ricadere, a piacimento, su tre tipologie di vini: un rosso liquoroso (come il Porto o il Marsala), un bianco passito o delle bollicine (Champagne o Spumante che esso sia).

Wineowine ti consiglia un passito piemontese, la Malvasia di Casorzo DOC della Cantina di Casorzo. Un vero e proprio nettare, coltivato in media collina, da abbinare tanto alla pasticceria quanto ai formaggi stagionati. Molto interessante anche l’abbinamento con il vino marchigiano Passerina “Clelia” di Terra Fageto: di colore giallo luminoso, ha un perlage fine e in bocca risulta piacevole e delicato.

I migliori vini per il panettone

Armonia o contrapposizione? La scelta nell’abbinamento tra vino e panettone può giocarsi su due fronti diametralmente opposti. Se si vuole puntare su un carattere simile, un matrimonio di convenienza che soddisfi tutti, si può optare infatti per una Vernaccia, che riesce a valorizzare tutto il bouquet di sapori che scaturisce dal tipico dolce meneghino.

Risultato simile lo si ottiene, anche in questo caso, con il Passito. Il più conosciuto arriva dall’isola di Pantelleria, da dove arriva il Lunantes DOC 2016 dell’azienda vinicola Il Serralh, caratterizzato da note dolci e fresche, con sensazioni di frutta fresca ed erbe aromatiche.

Rimanendo nell’Italia continentale vale la pena sperimentare un incontro con il Vin Santo DOC dei Colli dell’Etruria di Villa Corliano. Dalle belle tonalità dorate è decisamente persistente e viene fermentato per ben cinque anni in piccoli caratelli lignei da massimo 100 litri.

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I migliori vini per il Natale

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I migliori vini per il Natale

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Le feste si avvicinano, e con esse il rituale brindisi intorno alla tavola. Che sia con amici e parenti, il vostro cenone avrà bisogno di un buon vino. Ecco quale scegliere (e perché)

Natale fa rima con cibo. Non c’è bisogno di girarci intorno o negare l’evidenza: a tutti piace mangiare, soprattutto quando le feste ci indulgono a essere più restrittivi del solito. Ogni regione, ma persino ogni città ha poi le sue abitudini gastronomiche specifiche: nel Centro e Sud Italia il cenone della Vigilia è “di magro” (ovvero non si consumano piatti a base di carne), mentre per altri la vera cena è quella del 25 dicembre.

Che si sia tradizionalisti o innovatori, il risultato non cambia: dalla Vigilia a Santo Stefano, e poi nuovamente per Capodanno, ci si ritrova intorno alle tavole imbandite di mille prelibatezze. Spesso i menù prevedono parecchie portate tra carne, pesce, pasta e verdure, senza dimenticare ovviamente i dolci.

Come ogni buon sommelier ci insegna, è importante essere pronti ad accompagnare per ciascuna ricetta un vino specifico, che esalti senza coprire i sapori dei piatti. Allo stesso tempo però il vino deve emergere in tutte le sue caratteristiche, dando merito all’abbinamento cibo-vino.

Per farlo, Wineowine ti propone una selezione di vini della sua cantina delle eccellenze italiane, con l’abbinamento consigliato e alcune note d’uso che ti saranno utili per stupire i commensali. Oppure, molto più semplicemente, per un regalo che non lasci… a bocca asciutta!

Toscana Rosso Supertuscan 2013

Quella del 2013 è stata per gli esperti un’ottima annata, favorita da buona piovosità e temperature che si sono mantenute calde ma non bollenti. È proprio per questo che la Cantina Contemaso propone il suo Supertuscan (un sapiente mix di uve Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot) per accompagnare il pranzo di Natale.

L’importante titolo alcolometrico (14,5%) ne raccomanda il consumo con arrosti, carni alla brace e formaggi stagionati. Va servito a 16-18 °C massimo, dopo averlo lasciato decantare per almeno mezz’ora.

My Time 2013

Un’interpretazione più leggera della stessa grande annata ce la propone Scarbolo, tenuta friulana con il suo My Time, il mio tempo. Proprio come il tempo delle feste, questo bianco affinato per 24 mesi (12 in botti di rovere, 12 in acciaio) è un’esplosione di qualità e sapore, frutto dell’impiego di tre uvaggi diversi: Chardonnay, Sauvignon e Friulano.

Da servire appena fresco, questo vino ha una certa nobiltà nel bicchiere: va servito con piatti dai sapori delicati, come ad esempio dei primi di pesce o degli antipasti à la main.

Sagrantino di Montefalco DOCG 2015

Montefalco è uno dei Borghi più belli d’Italia. Le sue morbide colline, nel basso perugino, sono avvolte da un clima continentale che porta con sé buone escursioni termiche.

Condizioni ideali per lo sviluppo di due eccellenze dell’enologia nostrana: il Montefalco rosso e il Sagrantino di Montefalco. Proprio quest’ultimo è proposto dall’azienda vinicola Bocale nella sua annata 2015, la più produttiva del decennio.

Un vino per palati allenati, complice anche una alcolometria a 15,5%, da servire dopo una lunga decantazione come accompagnamento di cacciagioni e salse strutturate.

Spumante Bianco Brut “Jungle Wine”

Ogni pranzo (o cena) che si rispettino non possono che includere delle bollicine.

Tenuta Baròn, nome ricorrente nella narrazione vinicola del Veneto, risponde a questa richiesta con un’idea classica dal twist originale: uno spumante in metodo charmat di uva 100% Glera, dalla sfacciata etichetta a decorazioni tropicali, dove i colori di una cocorita tropicale campeggiano su fondo azzurro.

Tre quarti di litro, dal colore giallo paglierino brillante, da servire freschissimo per accompagnare gli antipasti o, perché no, concedendosi un aperitivo che fa da apripista alla tavola festiva.

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