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Spumanti integrali: cosa sono e come si gustano

spumanti integrali

Il grande successo degli spumanti integrali

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L’enologia – in tutte le sue forme – è un mondo in costante evoluzione che non rinuncia alle tradizioni storiche ma che guarda favorevolmente a spinte in grado di consolidarne il successo nel pubblico.

Negli ultimi anni è emersa una tendenza nuova tra degustatori amatoriali e sommelier, una di quelle tendenze che mescola le carte in tavola e rende questo mondo ancor più vivo e… spumeggiante! Stiamo parlando, se non l’aveste ancora capito, degli spumanti integrali.

In questo articolo scopriremo un po’ di più di questo mondo così recente, provando a farci conquistare dalla curiosità che la parola “integrale” suscita in tutti gli ambiti dell’enogastronomia.

Che cos'è uno spumante integrale?

La produzione dello spumante è storicamente più forte nelle regioni del Nord Italia, soprattutto tra Veneto (Valdobbiadene, Colli Euganei) e Lombardia (Franciacorta).

Un metodo classico, lo champenoise, che nonostante secoli di consolidamento in tutta Europa qualcuno ha deciso di voler ritoccare per dare qualcosa di nuovo alle bollicine che accompagnano i momenti di festa e convivialità di amici, parenti e perché no, colleghi di lavoro.

Cos’è dunque che varia nello spumante integrale rispetto allo champenoise tradizionale? La risposta è quanto più semplice si possa immaginare: non viene praticata la sboccatura. Questa delicata operazione, eseguita rigorosamente a mano e solo a volte meccanicamente, prevede la rimozione dei lieviti dal vino e la sostituzione del liquido “perso” con una miscela studiata enologicamente di vino nobile e zucchero. 

Si tratta in sostanza di purificare, o meglio eliminare residui che nel grande pubblico sarebbero percepiti come una sorta di impurità, e non un valore aggiunto. Così come nelle farine si è diffuso recentemente il ricorso a crusca, grani macinati a mano e affini così nel vino si è deciso di provare questi vini “impuri”, o meglio sarebbe dire torbidi.

Qual'è la differenza tra spumante normale e spumante integrale?

La mancanza della sboccatura nello spumante integrale, come dicevamo, impedisce la rimozione dei lieviti e degli ulteriori residui.

Cosa significa, in parole povere? Quando il lievito permane nella bottiglia, trasforma chimicamente lo zucchero in anidride carbonica e alcool. Il vino rimane così vivo, cioè continua a rifermentare nella bottiglia fino a circa sei mesi dal primo imbottigliamento.

A questo punto interviene un ulteriore fenomeno chimico (ma assolutamente naturale), l’autolisi, che coinvolge il processo glutinico del lievito – avviene lo stesso anche nel pane. In pratica, il lievito restituisce le sostanze nutritive all’ambiente che lo conserva, avendo concluso la sua “fase attiva”.

In spumante con shelf life ridotta, questo processo si interrompe sostanzialmente quando il vino viene servito in tavola. È per questo motivo che molti spumanti integrali non presentano il classico tappo in sughero, bensì il tappo a corona, che riesce a mantenere meglio la spinta pressoria, un po’ come accade nelle birre.

Gli spumanti integrali su Wineowine

Wineowine ha sposato già da tempo la filosofia di alcuni vignaioli “sperimentatori” nella produzione degli spumanti integrali.

È una scelta questa che arricchisce il vino spumante di note particolari, ma che può non incontrare il piacere estetico e palatale di tutti. La sua caratteristica più evidente è infatti la torbidezza del liquido, che si presenta opaco, a tratti perlescente. 

Sebbene non associamo allo spumante (o al vino in genere) questo colore o aspetto, esso è assolutamente normale poiché è appunto integrale, cioè privo di purificazioni successive e dunque a uno stato primordiale dove tutti i sapori sono perfettamente percepibili.

Il Settolo della cantina veneta di Leo Vanin, così come il gustoso Rosè non filtrato di Cantina Integrale (nomen omen!) sono le nostre scelte per farti iniziare a scoprire, e apprezzare, il variegato mondo dello spumante integrale.

Prosit!

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Il mito di Dioniso e Ampelo e la nascita del vino come “materia di studio”

Letteratura e scienza: dal mito di Ampelo allo studio dei vitigni

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Lo studio scientifico dei vitigni, ovvero la classificazione delle uve a seconda di criteri distintivi delineati, prende il nome di ampelografia. È una parola che, come altre nel mondo degli studi e delle discipline, deriva dalla fusione di due termini del greco antico. 

In questo caso, l’etimologia di ampelografia deriva dai termini ampelos (vite) e grafia (scrittura, descrizione). La vite, a sua volta, viene raccontata nella mitologia ellenica con una storia particolarmente interessante, benché storicamente non accertabile: quella del giovane Ampelo, amante di Dioniso.

In questi giorni nei quali siamo – nostro malgrado – costretti in casa, possiamo dedicare qualche minuto a rivivere il mito greco attraverso una storia d’amore dalla quale, pur con una certa forzatura, deriva quell’interesse per il vino di enologi, sommelier e degustatori amatoriali che in alcuni casi somiglia proprio a un amore.

Ampelo e Dioniso, un amore di...vino

Dioniso è nella mitologia ellenica arcaica il dio della linfa vitale delle piante. Solo successivamente gli Elleni lo iniziano a venerare come dio dell’estasi, dei sentimenti più liberi e allegri, dell’espressione del corpo e della gioia libidinosa. In un senso più lato, la sua “elezione” a dio del vino richiama proprio la felicità che la bevanda suscita nel suo bevitore: allegria, euforia, gioia di vivere.

Quella di Dioniso è una figura multiforme, che si discosta ampiamente dall’evoluzione romana in Bacco: è metà divinità e metà animale, è istinto e scintilla, è sia uomo che donna.

Figlio di Zeus, il mito della nascita dionisiaca (il “nato due volte”) è spesso dibattuto: sarebbe stato in ogni caso figlio di Semele, morta durante il parto per volontà del Padre degli dei e poi cresciuto in una coscia dello stesso Zeus. La vita di Dioniso fu errante, vagabonda, ricca di amori e passioni, dal matrimonio con Arianna alle relazioni con Prosimno, Chirone e Ampelo.

Proprio quest’ultimo è un amore disperato, poiché Ampelo muore ancora giovane per una punizione di Ate, dea della malizia, che gli riserva la mortale puntura di un tafano. Ancora innamorato, Dioniso chiede pietà alle Moire (ovvero le personificazioni del destino) per il satiro, che viene trasformato in un tralcio di vite.

È qui, secondo la mitologia, che la vite perde la sua qualità più prettamente terrena per assumere una dimensione divinizzata. Non è più solo una pianta, ma è la pianta per la quale Dioniso figlio di Zeus ha parlato. L’amore carnale per il giovane Ampelo diviene così amore per la vite, per l’uva e il suo succo più bevuto, il vino appunto.

Che cos'è l'ampelografia?

Abbiamo accennato all’ampelografia come allo studio scientifico dei vitigni e delle varietà di vino presenti in natura. Quello che non sappiamo, però, è che sin dall’antica Roma le uve erano catalogate e studiate anche in assenza di mezzi di analisi moderni.

Fu Lucio Giunio Moderato Columella, il padre della scienza agricola romana (il De de rustica, opera in dodici volumi, è ancora oggi leggibile per intero), a pubblicare un primo lavoro di approfondimento sulle uve, distinguendone ben quaranta e dividendole per produttività, forma e valore.

Uno dei massimi lavori dell’epoca contemporanea è il Dizionario agrario dell’Abate Rozier, nel quale è inserito un ampio catalogo di vitigni a cura di Antoine Chaptal. Il periodo che va dal XVIII al XIX secolo coincide con l’espansione della cultura enologica in America, ma anche con la drammatica espansione del fenomeno della fillossera. 

È proprio questa emergenza botanica che spinge, a cavallo tra Ottocento e Novecento, studiosi italiani ed europei ad incrementare lo studio ampelografico sui vitigni con l’obiettivo di ottenere delle uve resistenti a questo insetto. Allo stesso tempo, si migliora la qualità generale del vino, trasformandolo da bevanda di infima qualità a eccellenza della produzione internazionale.

Nel Novecento l’apporto statale all’enologia e all’imprenditoria vinicola rendono l’ampelografia sempre più importante nello studiare leggi, regolamenti e disciplinari che faranno dell’Italia il più importante produttore di vino al mondo.

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Tappi da vino: come nascono e come funzionano

tappi da vino

Tappi da vino
Un mondo da scoprire

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Non solo bottiglie e calici: i tappi da vino sono una parte fondamentale nel processo di produzione e commercializzazione delle bottiglie.

Turaccioli, sugheri, zaffi: sono molti i nomi letterari, dialettali e specifici utilizzati nel corso dei secoli per definire il piccolo oggetto utilizzato per impedire al contenuto liquido di uscire dalla bottiglia, vanificando lo sforzo dei vignaioli.

Eppure, salvo alcune modifiche necessarie e relative anche al tipo di vino prodotto, il tappo non è mai cambiato più di tanto, conservando nella sua apparente semplicità un ruolo di primissimo ordine in questa economia di scala dai ritmi e dai costi a volte clamorosamente alti.

Breve storia del tappo

La nascita del tappo di sughero, antesignano di quelli impiegati oggi (spesso con materiali sintetici), è antichissima e viene fatta risalire all’incirca nel V secolo avanti Cristo.

Il sughero era, soprattutto durante l’epoca romana, un prodotto ampiamente utilizzato poiché garantiva risultati ottimi a fronte di una spesa minima, quella cioè del reperimento e della lavorazione di una materia prima naturale, ricavata dalla corteccia degli alberi di sughero.

È però nel Seicento che il frate Pierre Pérignon, inventore dello champagne, migliora questo minuscolo oggetto ispirandosi alle forme delle borracce che i fedeli utilizzavano per dissetarsi durante i lunghi pellegrinaggi.

Con alcuni aggiustamenti, frutto di tecnica e ricerca, il tappo è però rimasto pressoché uguale fino ad oggi, assumendo una valenza fondamentale anche nel riconoscere il tipo di vino che si andrà a bere.

Come riconoscere un tappo di qualità

È necessario fare una importante distinzione quando si parla di tappi: il migliore è infatti quello di sughero.

Benché questo materiale possa degradare con il tempo (è infatti un fungo parassitario, l’Armillaria mellea, responsabile del cosiddetto “sentore di tappo” nel vino), il suo impiego è quello che meglio rispetta il contenuto delle bottiglie.

Oggi lo si impiega soprattutto nello champagne, nello spumante e nei vini che devono garantire un disciplinare di qualità.

Le altre tipologie di tappo cilindrico sono quelle sintetiche, prodotte cioè in plastica o silicone e che non trasmettono – almeno secondo i loro sostenitori – odori o particelle al vino.

I tappi a vite si usano in vini di qualità minore, e sono prodotti in alluminio con una parte interna in pellicola sterile. I tappi in vetro, infine, vengono generalmente impiegati per preservare la qualità del vino una volta stappato.

Che cos’è il tappo a corona?

Nello spumante e nello champagne è d’uopo utilizzare il cosiddetto tappo a corona, o tappo “gabbiettato”.

Si tratta in realtà di una soluzione che include due pezzi distinti: il tappo in sughero tradizionale e una gabbia in metallo che tiene fermo il turacciolo, contrastando la pressione che si crea per emissione di anidride carbonica da parte del liquido alcolico in fermentazione.

Il tappo, in questo caso, assume una forma a fungo per effetto della degradazione elastica, ma in origine è cilindrico e più ampio della bocca di bottiglia. Il suo inserimento richiede una certa forza e viene effettuato meccanicamente: solo in questo modo è possibile evitare la fuoriuscita del liquido.

È peraltro lo stesso motivo per il quale, una volta stappato, il tappo tende a uscire con forza (facendo il classico botto) e non rientrare nella bottiglia anche se si fa forza per reinserirlo.

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Il mondo delle bottiglie di vino: formati, colori e materiali

Vizi e virtù delle
bottiglie di vino

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Le bottiglie di vetro sono meglio di quelle di plastica. È una frase che avrete sentito dire migliaia di volte, magari dalle vostre nonne che da sempre sostengono la supremazia delle “care, vecchie bottiglie” tanto fragili eppure così preziose.

Sappiamo che l’uso del vetro per conservare i liquidi è accertato all’incirca da 35 secoli, sebbene la produzione di questo materiale sia ancora più antica, fino addirittura al IV millennio avanti Cristo.

La soffiatura del vetro, fondamentale per realizzare oggetti di ogni forma e misura, nasce nelle città di Tiro e Sidone e dalla Siria si espande poi a Roma: qui la produzione del vino è abbondantissima, e pian piano le bottiglie vanno a rimpiazzare le otri, molto più ingombranti e meno trasportabili.

Dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente, lo sviluppo dell’arte del vetro prosegue particolarmente a Venezia e Costantinopoli, ma è nella laguna che l’arte del vetro assume una rilevanza artistica oltre che produttiva.

Con la Rivoluzione industriale e i moti politici di fine Settecento il mercato delle bottiglie a uso enologico subisce una standardizzazione, particolarmente verso i modelli bordoleseborgognotta.

Come distinguere le bottiglie di vino

Il mondo del vino gode di una certa eterogeneità, che si riflette ovviamente anche sulle bottiglie di vino. Nonostante una produzione che in alcuni casi vira sull’originalità per quanto riguarda forme e colori, oggi si possono distinguere sei tipologie di bottiglie di vino che si differenziano per alcuni elementi fondamentali: la base, il corpo, la spalla, il collo e il cercine.

La base può essere più o meno pronunciata, con una presenza del tipico incavo che permette una migliore impugnatura dal basso. Il corpo è pressoché sempre cilindrico, con una altezza variabile in funzione del vino e della capienza.

La spalla può essere presente o assente; in presenza, varia in funzione della sua inclinazione rispetto al corpo e in generale è tanto più prominente quanto è grande la bottiglia.

Infine il cercine, o anello, è lo “scalino” del collo che – soprattutto nella champagnotte – permette di mantenere più salda la presa e al contempo permette di rinforzare il collo quando si inserisce il tappo a pressione, evitando così la rottura della bottiglia.

Quali sono le bottiglie di vino più diffuse

La bottiglia albeisa è massimamente diffusa in Piemonte, dove viene impiegata per conservare i vini delle Langhe come Barolo, Barbera e Dolcetto. Deve il suo nome alla città di Alba e si contraddistingue per base pronunciata, corpo cilindrico, collo corto e cercine cilindrico.
 
L’alsaziana, dal nome della regione francese, ha una forma tipicamente cilindrica senza spalla, dunque più slanciata in altezza con una capacità standard di 750 millilitri. È generalmente trasparente o di vetro verde.
 
Il bottiglione, dalla capienza standard di 2 litri, è prodotto con vetro verde e ha spalla e cercine pronunciati. La chiusura è affidata al classico tappo meccanico con silicone.
 
La bordolese (da Bordeaux) è una bottiglia con la caratteristica spalla pronunciata che, nell’idea originale, preveniva la formazione dei depositi sul corpo cilindrico.
 
La borgognotta (da Borgogna) è una bottiglia da 750 ml – capacità standardizzata – con un corpo solo parzialmente cilindrico e dalla spalla slanciata verso il collo, molto lungo.
 

La sciampagnotta

Discorso a parte va fatto per la sciampagnotta, italianizzazione del termine champagnotte dalla regione francese della Champagne.

La tipica bottiglia con la quale si commercializza il vino champagne risale al 1728, anno in cui il Re di Francia decise di permettere la vendita del vino anche in bottiglia e non più solo in botte.

La sciampagnotta ha una base ampiamente pronunciata e una spalla slanciata, con un cercine rilevato che sostiene la spinta pressoria del tappo in sughero.

A seconda della capienza, che varia da 0,2 fino a 150 litri, assume una ulteriore denominazione, che prende il nome da personaggi biblici del Vecchio Testamento e che si calcola con i moltiplicatori dello 0,75. 

Tra le più celebri la Magnum (1,5 litri), la Mathusalem (6 litri), la Nabucodonosor (15 litri), mentre le due più grandi sono la Adelaide (93 litri) e la Sublime (150 litri).

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Lombardia in tavola: cucina e vini

I sapori della Lombardia in tavola e i vini giusti per gustarli

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La cucina lombarda traccia le sue radici storiche in origini antichissime, addirittura risalenti al periodo dei Celti. Proprio in quel periodo si prepara il Cuz, ovvero uno spezzatino di carne di pecora e grasso che è ancora oggi tipico della Val Camonica.

Questo territorio, grossomodo corrispondente alla provincia di Sondrio, è foriero di grandi gioie per quanto riguarda i gourmand. Il clima freddo di montagna, l’ottima ricchezza di materia prima e l’ingegno delle cuoche di un tempo ha fatto sì che i camuni possano vantarsi anche in epoca contemporanea di una tradizione del gusto tra le migliori d’Italia.

Gli immancabili casoncelli (pasta ripiena condita con formaggio ed erbe varie), gli involtini di verza detti capù e gli ottimi formaggi (particolarmente mascherpa, casatta e casolet) fanno di questa zona l’ambasciatrice dei sapori dolomitici lombardi.

La cucina lombarda, tra riso e ossobuco

Quando si pensa al mangiare tra Milano e le sue province vicine lo stereotipo vuole che si limiti il menù dei meneghini al solo risotto allo zafferano e alla cotoletta, variazione della Wiener Schnitzel introdotta all’ombra del Duomo dalla dominazione austroungarica.

La cucina milanese è invece ricca di ricette uniche, spesso poco conosciute. È il caso della trippa alla milanese, che a differenza della variante capitolina prevede l’aggiunta di fagioli, carote e sedano.

Storicamente gli abitanti di Milano venivano chiamati proprio busecconi, ovvero mangia trippa, per sottolineare l’importanza del piatto nella cucina popolare.

Se a Pavia e provincia è molto diffusa l’abitudine di consumare gli agnolotti (ripieni di stufato e conditi con carne e formaggio), Cremona è celebre – oltre che per il torrone – per i suoi tortelli di zucca. Si tratta di una derivazione tipicamente emiliana, dove ancora oggi la pasta ripiena di zucca è tipica, ad esempio, del ferrarese.

Se la carne è molto diffusa, spazio trova anche il pesce grazie alla presenza dei vari laghi, particolarmente il Garda, sulle cui sponde si consuma un ottimo risotto alle tinche (a differenza del comasco, dove è preferito il pesce persico).

Sempre il Garda è zona di provenienza di molte delikatessen, dall’olio d’oliva ai limoni, mentre i dolci tradizionali (panettone e colomba) sono tipicamente milanesi.

Vini lombardi, tra tradizione e innovazione

Se la produzione vinicola italiana è generalmente rinomata per i vini toscani, veneti e marchigiani, non sarebbe onesto ignorare la ricchezza del vino lombardo.

Amplissimi territori, condizioni climatiche spesso molto favorevoli (basti pensare all’Oltrepo’ Pavese) e una cultura secolare del vitigno rendono ancora oggi questi vini un sicuro elemento di interesse per gli appassionati del calice.

Proprio dalla sponda pavese del fiume più lungo d’Italia provengono i vini biologici/vegani dell’azienda agricola La Piotta. Riesling, Brut millesimati e Chardonnay si adattano agli antipasti e alle ricette di pesce di un territorio fortemente eterogeneo.

La Valtellina, territorio di montagna dove primeggiano la polenta e i formaggi, risponde con il Rosso di Valtellina e il Valtellina Superiore di Tenuta Scerscé, da uve di Nebbiolo Chiavennasca. Vini corposi e al contempo delicati, adatti per i primi piatti di pasta o i secondi di carne.

La bergamasca conclude il viaggio nei vini della Lombardia con Le Corne, azienda incentrata su Chardonnay, Pinot e Merlot che vengono lavorati sia in acciaio che in legno, per affinare delle uve all’insegna di acidità e freschezza.

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Elogio del Passito di Pantelleria

passito di pantelleria

Passito di Pantelleria
Elogio di un vino "dell'Umanità"

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Il passito di Pantelleria è un vino che, per le sue particolari caratteristiche – organolettiche, geografiche e d’uso – non può essere limitato a una descrizione sommaria. Né si può pensare di parlarne senza dapprima accennare alla realtà del vino passito, che costituisce un unicum nella produzione enologica nazionale.

Prima di parlare dell’eccellenza che proviene da questa bella isola, quindi, è bene fare un excursus sul luogo di provenienza e su quei passiti siciliani che il pubblico sembra apprezzare con sempre maggiore rilievo.

Vino passito: che cos’è e come si produce

Quello che può sembrare un vino particolare, avulso alle regole della vinificazione standardizzata, è invece un normale frutto delle vigne che subisce un trattamento specifico della materia prima.

I vini passiti, come appunto il vino di Pantelleria e gli altri passiti siciliani, vengono infatti realizzati partendo da acini d’uva che sono sottoposti a un appassimento (e dunque alla disidratazione) forzato. Questo può avvenire in due modi principali:

  • Tramite appassimento naturale, ovvero con permanenza oltretempo dell’acino sulla pianta
  • Tramite appassimento naturale, ovvero con disidratazione in ambienti aperti (al sole) o chiusi (con condizioni igrometriche controllate)

Nel caso del passito di Pantelleria, anche al fine di valorizzare l’ambito climatologico dell’isola, l’appassimento viene fatto all’aperto lasciando che gli acini perdano progressivamente acqua. Ciò avviene sia prima che dopo la raccolta, con l’obiettivo di incrementare il contenuto zuccherino del vino.

Come nasce il passito di Pantelleria

La produzione del passito di Pantelleria ricade all’interno di una tradizione culturale che ha millenni di storia alle spalle. Proprio per questo, nel 2014 l’UNESCO ha deciso di inserire tra i Patrimoni immateriali dell’Umanità la Pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello, tipica dell’isola di Pantelleria.

La vite ad alberello, o vite pantesca, ha una forma e una metodologia di coltivazione uniche. Si tratta infatti di utilizzare delle viti che, riparate in conche nel terreno, possano facilmente resistere agli estremi climatici tipici dell’isola. Per contro, l’ottima esposizione solare di cui Pantelleria beneficia rende possibile la vendemmia con tempi ampiamente anticipati rispetto al resto d’Italia.

Si inizia infatti a fine luglio, togliendo dalle viti le uve Zibibbo. Queste, di chiara e comprovata origine africana – l’altro suo nome è infatti moscato d’Alessandria d’Egitto – sono particolarmente ricche in tenore zuccherino. Se ne ricava un vino dal titolo alcolometrico alto, di colore giallo paglierino dorato e dal profumo peculiare.

Tutto quello che c’è da sapere sul passito di Pantelleria

Temperatura di servizio

Rispetto ai vini bianchi tradizionali, è preferibile per il passito di Pantelleria temperatura più alta. Generalmente si va dai 16 ai 18 gradi centigradi, dunque la bottiglia può essere facilmente conservata a temperatura ambiente, in un luogo fresco e riparato, al lontano dalla luce diretta.

Abbinamenti cibo – vino

Quando si porta in tavola, il passito di Pantelleria ha abbinamenti tradizionali e più azzardati ovvero innovativi. È il caso della pasticceria secca, particolarmente quella a base di mandorle tipica del mangiare siciliano (biscotti della monaca, reginelle e buccellati). Valida anche la scelta dei formaggi freschi come la ricotta o di quelli erborinati. 

Se si guarda oltre i confini nazionali, infine, se ne potrà valorizzare l’abbinamento con il foie gras (fegato d’oca).

Passito di Pantelleria prezzi

Le particolari tecniche di produzione del passito di Pantelleria suggeriscono un posizionamento economico che è superiore rispetto alla media dei vini prodotti sul territorio nazionale.

La commercializzazione avviene, in linea generale, all’interno di bottiglie da mezzo litro. In questo senso, il costo medio si aggira intorno ai 30 euro, come nel caso del Passito di Pantelleria DOC Lunantes 2016, prodotto dalla cooperativa agricola Il Serralh, in un contesto paesaggistico e panoramico tra i più belli dell’intera isola siciliana.

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Pandoro e panettone: quali vini è giusto abbinare?

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Pandoro e panettone: quale vino si abbina?

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Da Milano e da Verona arrivano i due dolci “per eccellenza” del Natale. Con quale vino è giusto abbinarli in occasione delle festività? Te lo svela Wineowine!

La storia del panettone è antichissima, e risale almeno al Cinquecento. Il suo nome deriverebbe da quello di Toni, un pasticcere che – con un pizzico di creatività – riuscì a trasformare i pochi ingredienti a sua disposizione in un pane dolce lievitato che sarebbe diventato uno dei simboli del Natale.

Il pandoro sarebbe invece addirittura di epoca romana. Ce lo racconta Plinio il Vecchio, che testimonia l’esistenza di un panis preparato dal cuoco Virgilio Stefano Seneca con pochi ingredienti: farina, burro e olio. Furono però i veronesi, a fine Ottocento, a trasformarlo mutuando la ricetta del nadalin.

Esistono oggi delle vere e proprie “fazioni” a favore dell’uno o dell’altro dolce natalizio, ma qualsiasi sia la scelta è difficile resistere a queste golosità durante ogni momento della giornata, già a partire dalla colazione.

Se lo si preferisce come conclusione di un pasto, oppure per accompagnare le lunghe giornate festive in compagnia di amici e parenti, si può pensare anche di servirlo insieme a un buon calice di vino. La scelta però va ponderata con attenzione: meglio un bianco o un rosé? Le bollicine sono ammesse?

Scopriamo insieme come abbinare il vino a pandoro e panettone.

I migliori vini per il pandoro

Il pandoro è un dolce laborioso, dal sapore dolce e “grasso” grazie alla presenza generosa del burro. Per questo motivo ha bisogno di un tipo di vino che riesca ad esaltare i suoi sapori senza tuttavia coprirli.

La scelta può dunque ricadere, a piacimento, su tre tipologie di vini: un rosso liquoroso (come il Porto o il Marsala), un bianco passito o delle bollicine (Champagne o Spumante che esso sia).

Wineowine ti consiglia un passito piemontese, la Malvasia di Casorzo DOC della Cantina di Casorzo. Un vero e proprio nettare, coltivato in media collina, da abbinare tanto alla pasticceria quanto ai formaggi stagionati. Molto interessante anche l’abbinamento con il vino marchigiano Passerina “Clelia” di Terra Fageto: di colore giallo luminoso, ha un perlage fine e in bocca risulta piacevole e delicato.

I migliori vini per il panettone

Armonia o contrapposizione? La scelta nell’abbinamento tra vino e panettone può giocarsi su due fronti diametralmente opposti. Se si vuole puntare su un carattere simile, un matrimonio di convenienza che soddisfi tutti, si può optare infatti per una Vernaccia, che riesce a valorizzare tutto il bouquet di sapori che scaturisce dal tipico dolce meneghino.

Risultato simile lo si ottiene, anche in questo caso, con il Passito. Il più conosciuto arriva dall’isola di Pantelleria, da dove arriva il Lunantes DOC 2016 dell’azienda vinicola Il Serralh, caratterizzato da note dolci e fresche, con sensazioni di frutta fresca ed erbe aromatiche.

Rimanendo nell’Italia continentale vale la pena sperimentare un incontro con il Vin Santo DOC dei Colli dell’Etruria di Villa Corliano. Dalle belle tonalità dorate è decisamente persistente e viene fermentato per ben cinque anni in piccoli caratelli lignei da massimo 100 litri.

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I migliori vini per il Natale

vini natale

I migliori vini per il Natale

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Le feste si avvicinano, e con esse il rituale brindisi intorno alla tavola. Che sia con amici e parenti, il vostro cenone avrà bisogno di un buon vino. Ecco quale scegliere (e perché)

Natale fa rima con cibo. Non c’è bisogno di girarci intorno o negare l’evidenza: a tutti piace mangiare, soprattutto quando le feste ci indulgono a essere più restrittivi del solito. Ogni regione, ma persino ogni città ha poi le sue abitudini gastronomiche specifiche: nel Centro e Sud Italia il cenone della Vigilia è “di magro” (ovvero non si consumano piatti a base di carne), mentre per altri la vera cena è quella del 25 dicembre.

Che si sia tradizionalisti o innovatori, il risultato non cambia: dalla Vigilia a Santo Stefano, e poi nuovamente per Capodanno, ci si ritrova intorno alle tavole imbandite di mille prelibatezze. Spesso i menù prevedono parecchie portate tra carne, pesce, pasta e verdure, senza dimenticare ovviamente i dolci.

Come ogni buon sommelier ci insegna, è importante essere pronti ad accompagnare per ciascuna ricetta un vino specifico, che esalti senza coprire i sapori dei piatti. Allo stesso tempo però il vino deve emergere in tutte le sue caratteristiche, dando merito all’abbinamento cibo-vino.

Per farlo, Wineowine ti propone una selezione di vini della sua cantina delle eccellenze italiane, con l’abbinamento consigliato e alcune note d’uso che ti saranno utili per stupire i commensali. Oppure, molto più semplicemente, per un regalo che non lasci… a bocca asciutta!

Toscana Rosso Supertuscan 2013

Quella del 2013 è stata per gli esperti un’ottima annata, favorita da buona piovosità e temperature che si sono mantenute calde ma non bollenti. È proprio per questo che la Cantina Contemaso propone il suo Supertuscan (un sapiente mix di uve Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot) per accompagnare il pranzo di Natale.

L’importante titolo alcolometrico (14,5%) ne raccomanda il consumo con arrosti, carni alla brace e formaggi stagionati. Va servito a 16-18 °C massimo, dopo averlo lasciato decantare per almeno mezz’ora.

My Time 2013

Un’interpretazione più leggera della stessa grande annata ce la propone Scarbolo, tenuta friulana con il suo My Time, il mio tempo. Proprio come il tempo delle feste, questo bianco affinato per 24 mesi (12 in botti di rovere, 12 in acciaio) è un’esplosione di qualità e sapore, frutto dell’impiego di tre uvaggi diversi: Chardonnay, Sauvignon e Friulano.

Da servire appena fresco, questo vino ha una certa nobiltà nel bicchiere: va servito con piatti dai sapori delicati, come ad esempio dei primi di pesce o degli antipasti à la main.

Sagrantino di Montefalco DOCG 2015

Montefalco è uno dei Borghi più belli d’Italia. Le sue morbide colline, nel basso perugino, sono avvolte da un clima continentale che porta con sé buone escursioni termiche.

Condizioni ideali per lo sviluppo di due eccellenze dell’enologia nostrana: il Montefalco rosso e il Sagrantino di Montefalco. Proprio quest’ultimo è proposto dall’azienda vinicola Bocale nella sua annata 2015, la più produttiva del decennio.

Un vino per palati allenati, complice anche una alcolometria a 15,5%, da servire dopo una lunga decantazione come accompagnamento di cacciagioni e salse strutturate.

Spumante Bianco Brut “Jungle Wine”

Ogni pranzo (o cena) che si rispettino non possono che includere delle bollicine.

Tenuta Baròn, nome ricorrente nella narrazione vinicola del Veneto, risponde a questa richiesta con un’idea classica dal twist originale: uno spumante in metodo charmat di uva 100% Glera, dalla sfacciata etichetta a decorazioni tropicali, dove i colori di una cocorita tropicale campeggiano su fondo azzurro.

Tre quarti di litro, dal colore giallo paglierino brillante, da servire freschissimo per accompagnare gli antipasti o, perché no, concedendosi un aperitivo che fa da apripista alla tavola festiva.

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Vino e musica? Con Wine Listening si può abbinare la musica al vino

Wine Listening: l'app che abbina il vino alla musica

Quando si pensa ad una serata perfetta, che sia con gli amici, con la famiglia o con il proprio amore

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Quando si pensa ad una serata perfetta, che sia con gli amici, con la famiglia o con il proprio amore, ci sono alcuni elementi che non devono mancare: il vino e la buona musica.

Cosa c’è di meglio quindi di un unione studiata di questi due elementi? Wine Listening è una nuova applicazione, nata dal lavoro di una Start-up, che consente di trovare l’accoppiata perfetta grazie ad una gestione di 2.5 milioni di vini, 1600 vitigni e ovviamente un’ampia selezione musicale. Basta scattare una foto all’etichetta del vino, avere Spotify e l’applicazione farà il resto del lavoro, proponendo la canzone più adeguata!

Un’idea geniale pensata dal sommelier Gabriele Cedrone e dal mobile engineer Marco Iacobelli. L’algoritmo basa la sua funzionalità sul metodo Spence, in questo modo può sempre trovare la canzone più adatta attraverso venti parametri differenti che analizzano ogni tipicità e caratteristica del vino.

Nulla è lasciato al caso, anche i brani sono catalogati per frequenza, genere, tonalità.

Ecco dunque una selezione di vini della Cantina Bastianelli che permette, grazie alle differenze organolettiche, alle caratteristiche differenti e all’accurata produzione, di sperimentare questa applicazione innovativa.

Bastianelli – “Ribelle” Falerio Pecorino – Bianco

Questo vino dal sapore floreale che richiama le intensità della camomilla, della nespola e dell’uva ha un colore giallo paglierino e deriva da un affinamento in acciaio inox di 9 mesi. Prodotto con uvaggio 100% pecorino dalla regione delle Marche, con la sua gradazione alcolica si presta in modo perfetto per un pranzo con amici, una cena speciale o una serata all’aperto. Fresco, da bere subito, giovane e gradevole. Si sposa alla perfezione con antipasti, pesce e anche carne. Nel calice è intenso, variegato, con note aromatiche che sono connotate da una forte brezza di salvia.

Bastianelli – “Quiete” Piceno – Rosso

Un vino rosso dal sapore complesso e strutturato, con venature intense e un sentore di frutta maturata sotto spirito. Sublimato in acciaio inox e bottiglia per sei mesi, deriva da un mix di Montepulciano e Sangiovese nelle percentuali dell’80% e 20%. Questo connota la sua denominazione di Rosso Piceno DOC delle Marche, con un colore e un gusto ineguagliabili. Un vino da bere subito, maturo, perfetto per una cena importante, un incontro romantico o per un evento sorprendente. Il vino è morbido e strutturato al tempo stesso, con un gusto di frutta rossa che lo rende perfetto come abbinamento a piatti corposi e particolarmente ricchi.

Bastianelli “Niamh” Passerina IGT – Bianco

Un vino bianco dal sapore floreale, con sentori di camomilla e frutti gialli che si presenta con un vivido colore paglierino. L’affinamento, avvenuto con pressatura in acciaio a temperatura controllata, permette di ottenere un vino di gradazione 12.5%. Questa passerina è l’ideale per un aperitivo a pranzo, una cena speciale, una serata all’aperto con le sue note erbacee. Fresco e profumato, si abbina egregiamente agli antipasti, all’aperitivo ma anche al pesce. Si tratta di un vino molto fresco, semplice nel suo gusto eppure notevole, molto gradevole nelle sere d’estate o per un buffet, un banchetto non eccessivo.

Bastianelli “Cretico” Marche Malvasia – Bianca di Candia

Questo vino bianco è agrumato, forte, con note di frutta gialla persistente, merito dell’affinamento di 6 mesi in batonnage. Deriva da un vigneto Malvasia di Candia delle Marche, ideale per una cena importante dove è richiesta la presenza di un buon vino bianco. È giovane, fresco, sublime al palato. Ha un profumo intenso e note floreali, sapido si sposa perfettamente con il pesce e le carni bianche, accompagna bene anche una pasta non troppo pesante. Un vino bianco che funziona a tavola e che mette d’accordo tutti gli ospiti con la sua presenza nel bicchiere e con la sua corposità al palato.

Bastianelli “Chiave di Volta” Marche Merlot IGT – Rosso

Questo vino rosso dai sapori fruttati con sentori di mora e prugna si presenta con un colore rosso rubino dato dall’affinamento in acciaio inox e bottiglia di almeno sei mesi. Un vino merlot corposo, derivante dalle Marche, perfetto per una cena che vuole farsi ricordare. È maturo, da abbinare con carne o con pasta, è semplice ma allo stesso tempo di impatto con la sua florealità evidente. I sentori di amarena, i toni luminosi e quel pizzico di pepe lo rendono molto gradevole. Si beve bene, è rotondo e fresco, non pesante. Un vino rosso perfetto per essere abbinato anche ad una tavola particolarmente pesante poiché, data la sua struttura, riesce ad esaltarne il sapore in modo concreto, facendosi persistente e stemperando il gusto delle pietanze.

Ecco dove trovare tutti i prodotti della Cantina Bastianelli su Wineowine

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Il mondo e i segreti dei cavatappi, i migliori amici del sommelier

Il mondo e i segreti dei cavatappi: i migliori amici dei sommelier

Il mondo e i segreti dei cavatappi, i migliori amici del sommelier

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Considerato probabilmente lo strumento più importante per la degustazione del vino, il cavatappi è un dispositivo di varia foggia, il cui ruolo è quello di asportare il tappo dal collo della bottiglia di vino.

Il meccanismo per azionarlo comprende una vite autofilettante che deve venire infilata nel turacciolo e a cui viene applicata una forza traente finalizzata all’apertura del contenitore.

Oltre ai modelli utilizzati comunemente, ne esistono anche altri speciali per sommelier, che sono dotati di requisiti particolari e molto più raffinati.

Storia del cavatappi

Esiste un Museo dei Cavatappi, localizzato a Barolo, dove sono esposti più di cinquecento esemplari di questo prezioso strumento, che ripercorrono la sua storia a partire dal 1600 fino ai nostri giorni.

Anche se i primi modelli di cavatappi furono forse ideati intorno al 1400, il brevetto che conferma l’esistenza di un cava-turaccioli in sughero risale al 1795 e si riferisce all’invenzione di un inglese.

Bisogna considerare che, fino al diciottesimo secolo, il vino non veniva imbottigliato, ma era servito nelle caraffe che si riempivano direttamente dalla damigiana oppure dalle botti.

Dopo il brevetto inglese, anche qualche appassionato enologo francese si cimentò nella ideazione di una nuova tipologia di questo dispositivo, progettando il tradizionale modello a farfalla, che ancora oggi viene ampiamente utilizzato.

Intorno al 1860, anche negli Stati Uniti ebbe inizio la diffusione dei primi cavatappi, di cui non si conosce con esattezza il modello.

In Italia l’impiego di questo strumento si diffuse in questo periodo; risale infatti al 1864 il brevetto di un cavatappi a cremagliera, che fu approvato da un Regio Decreto.

Da allora questo piccolo dispositivo è diventato indispensabile per tutti coloro che amano bere vino imbottigliato con tappi di sughero.

Modelli di cavatappi

– Cavatappi a leva e a doppia leva

Considerati tra i più comuni attualmente in uso, i cavatappi a leva sono di certo quelli maggiormente utilizzati sia per l’estrema semplicità d’impiego sia per le dimensioni molto ridotte.
Il loro meccanismo di funzionamento prevede l’inserimento della vite all’interno del tappo in sughero e la successiva trazione, che deve essere eseguita con una certa forza.
Anche se necessitano di un minimo di esperienza e di abilità, questi strumenti sono molto affidabili e difficilmente creano problemi.
La tipologia a doppia leva è la preferita dai sommelier, che hanno bisogno di affidarsi a un dispositivo versatile e sicuro.
L’unico svantaggio derivante dall’impiego di questi cavatappi è riscontrabile con le bottiglie invecchiate, dato il tappo in sughero potrebbe rimanere offeso dalla modalità invasiva d’inserimento della vite.
Per non rischiare di rompere il tappo è necessario agire con lentezza soprattutto durante la fase di estrazione del tappo, per non contrastare troppo le forze d’attrito tra vetro e sughero.

– Cavatappi a leva

Meno diffuso del precedente, soprattutto per le dimensioni decisamente maggiori, questo modello funziona inserendo il collo della bottiglia in uno specifico alloggiamento dell’apparecchio e poi sollevando manualmente una leva.
Il principale vantaggio del cavatappi è quello di ridurre al minimo lo sforzo fisico e di potersi adattare a qualsiasi bottiglia, anche se tutto il rito dell’apertura del vino viene annullato.

Cavatappi a leva

– Cavatappi a farfalla

Conosciuto anche come cavatappi campagnolo, questo modello è quasi certamente il più antico esistente in quanto molte citazioni ne riportano la presenza nei secoli scorsi.
Grazie al suo meccanismo facilissimo, esso può essere utilizzato con sicurezza anche dai neofiti.
Dopo aver inserito il vermiglione all’interno del tappo e avere atteso che le due leve laterali si siano alzate, si procede portandole verso il basso per sollevare il tappo e farlo uscire dal collo della bottiglia.
La lunghezza del vermiglione è stata pensata per non forare mai la parte bassa del tappo, eliminando il rischio di caduta di sughero nel vino.
Oltre al modello artigianale ne esistono altri più perfezionati che vengono preferiti dai sommelier e che prevedono la presenza di una campana telescopica autocentrante in grado di porre la vite esattamente nel centro del turacciolo.

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